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	<title>Seminari Archivi -</title>
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	<title>Seminari Archivi -</title>
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		<title>I disturbi d&#8217;ansia</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Nov 2022 21:06:42 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Il tema che affronteremo oggi riguarda i disturbi psichici certamente più diffusi.<br>Dopo la presentazione dei vari quadri sintomatici, affronteremo il problema secondo una prospettiva che si differenzia da quanto si è soliti pensare in termini di malattia e di cura, ma che è profondamente radicata all’interno della tradizione psicoanalitica..</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Rivediamo brevemente il concetto di ansia. Come è noto essa è la risposta fisiologica dell’organismo ad un pericolo. L’animale che sta brucando curvo nella savana e si solleva di scatto per mettersi in ascolto del fruscio che l’ha messo in allarme o il cagnolino che ad un rumore drizza improvvisamente le orecchie e rimane tutto teso, sono appunto manifestazioni di ciò. L’ansia è un campanello d’allarme che è di grande aiuto in senso filogenetico per la salvaguardia dell’individuo e della specie, perché ponendo l’organismo in uno stato di allerta, lo prepara all’attacco o alla fuga nella maniera adeguata. Si differenzia dalla paura per il tipo di conoscenza che si ha del pericolo: la paura è la risposta ad un pericolo conosciuto, l’ansia lo è a quello sconosciuto.<br>Negli esseri umani l’ansia si manifesta anche come risposta ad uno stimolo interno, ed è qui che cade il discrimine tra ansia fisiologica e patologica. Se lo stimolo interno diviene troppo pressante e continuo, l’individuo comincia a vivere uno stato di ansia persistente che a lungo andare, se non si trova un modo per ridurre la pressione, provocherà uno dei disturbi che ora andremo ad elencare.<br>Il DSM, il manuale statistico dei disturbi psichici più usato nella diagnostica, ne individua sei tipi principali: il disturbo post-traumatico da stress e il disturbo acuto da stress, il disturbo d’ansia generalizzato, il disturbo ossessivo compulsivo, le fobie, e il disturbo da attacchi di panico.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="717" src="https://www.waltercreatipsicologoavezzano.it/wp-content/uploads/2022/11/mental-health-infographic-1024x717.png" alt="" class="wp-image-248" srcset="https://www.waltercreatipsicologoavezzano.it/wp-content/uploads/2022/11/mental-health-infographic-1024x717.png 1024w, https://www.waltercreatipsicologoavezzano.it/wp-content/uploads/2022/11/mental-health-infographic-300x210.png 300w, https://www.waltercreatipsicologoavezzano.it/wp-content/uploads/2022/11/mental-health-infographic-768x538.png 768w, https://www.waltercreatipsicologoavezzano.it/wp-content/uploads/2022/11/mental-health-infographic-86x60.png 86w, https://www.waltercreatipsicologoavezzano.it/wp-content/uploads/2022/11/mental-health-infographic.png 1400w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il disturbo post-traumatico da stress</strong><br>Ciò che differenzia il disturbo post-traumatico da stress da quello acuto è la durata dei sintomi (che nel caso del disturbo acuto raramente vanno oltre il mese mentre nell’altro durano nel tempo), e la presenza in quello acuto di fenomeni dissociativi quali l&#8217;amnesia dissociativa, la depersonalizzazione e la derealizzazione. L&#8217;amnesia dissociativa è caratterizzata dall’ incapacità di ricordare, oltre l&#8217;episodio traumatico, anche altri dati personali importanti. La derealizzazione consiste nel provare un forte senso di distacco dalla realtà, mentre nella depersonalizzazione si prova un senso di&nbsp; estraneità da se stessi, come se la mente si trovasse al di fuori del proprio corpo e ci si potesse osservare. Tutte queste sensazioni rappresentano un tentativo di distaccarsi emotivamente dall&#8217;evento traumatico.<br>Già Freud si era occupato del disturbo post-traumatico con i reduci della prima guerra mondiale. Egli aveva osservato che i reduci continuavano a sognare ripetutamente l’evento traumatico e questo contrastava con le sue osservazioni precedenti che l’avevano convinto che i sogni rappresentano regolarmente la soddisfazione di un desiderio. Tentò di capire perché la psiche si infliggesse invece la sofferenza così penosa di risognare un evento tanto doloroso e giunse alla conclusione che il ripresentarsi del sogno rappresentava un tentativo di riuscire finalmente a dominare un evento che era stato nella realtà totalmente imprevedibile e incontrollabile. Come se ogni volta il sogno dicesse: “dai, riproviamoci, stavolta ce la faremo”&nbsp; rimanendo invece ogni volta&nbsp; sconfitto.<br>Anche secondo il DSM l’incubo notturno che richiama l’evento traumatico è uno degli indicatori diagnostici più sicuri del disturbo da stress. In epoca recente è stato studiato con maggior attenzione nel mondo anglosassone, visto che sono stati proprio i paesi anglosassoni ad aver avuto più problemi con i reduci. Film come “Il cacciatore”, ambientato nella in Vietnam, o le notizie sui ripetuti suicidi tra i soldati reduci dall’ Iraq, hanno dato al mondo intero la misura dei disagi sofferti da coloro che hanno subito dei traumi in guerra.<br>Naturalmente non solo in guerra si può restare vittima di episodi traumatici. Tali disturbi può manifestarli infatti chi ha subito una violenza o uno stupro o anche chi ha assistito direttamente ad eventi che hanno causato la morte o gravi lesioni fisiche ad altre persone.<br>Nel disturbo da stress la persona vive un innalzamento notevole del proprio livello di ansia ed un abbassamento della soglia della rabbia e dell’irritabilità; di conseguenza&nbsp; il funzionamento sociale e lavorativo risultano spesso notevolmente compromessi, ed i rapporti familiari ne sono così influenzati che sono stati riportati episodi esplosivi di violenza tra le mura domestiche.<br>Anche a livello fisiologico si riscontrano numerose alterazioni: da quella dei ritmi del sonno alla difficoltà a concentrarsi, dalle esagerate risposte di allarme ad una dolorabilità generale che investe principalmente la testa e l’apparato gastro-intestinale.<br>Sembra che alle persone non riesca di integrare l’evento traumatico all’interno dell’esperienza di vita precedente: rimane un corpo estraneo, inassimilabile, ma nel contempo molto vicino, intimo e toccante.<br>Se le cause scatenanti vanno senz’altro ricercate proprio nell’evento traumatico che è esterno ed estraneo alla persona, è pur vero però che molte persone che si ritrovano a vivere esperienze traumatiche non sviluppano il disturbo. Infatti uno studio del 1996 ha evidenziato che solo il 25% delle persone che avevano subito un evento traumatico lo aveva in seguito manifestato. L&#8217;evento traumatico non può essere quindi l&#8217;unica causa e si sta cercando di individuare quali altri fattori contribuiscano o quali fattori distinguano gli individui che in seguito a un grave trauma manifestano il disturbo post-traumatico da stress da quelli che non lo manifestano.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il disturbo d’ansia generalizzato</strong><br>Coloro che presentano il disturbo d&#8217;ansia generalizzato, invece, sono preda di una preoccupazione continua spesso riguardante cose di piccola entità.<br>Se dovessimo individuarne il tratto distintivo dovremmo proprio indicare una sorta di allerta cronica, incontrollabile. Spesso la preoccupazione può riguardare i familiari, ed in questi casi le persone sono costantemente ossessionate e terrorizzate dal fatto che ad un genitore, o più spesso al figlio, possa capitare qualche incidente. Sono inoltre frequentemente invase anche da molti sintomi somatici come sudorazione, vampate di calore, palpitazioni cardiache, nausea, diarrea e bisogno di urinare frequentemente. A ciò si aggiungono spesso dolori alle articolazioni e ai muscoli, disturbi gastro-intestinali (che accompagnano quasi sempre i disturbi d’ansia) e una sorta di stanchezza cronica che si coniuga con la difficoltà di rilassarsi e riposarsi e di avere un sonno regolare. Le persone si lamentano anche dell’incapacità a concentrarsi e a ricordare,&nbsp; come conseguenza inevitabile dello stato di tensione costante che vivono in maniera involontaria e del quale sembrano quasi non rendersi conto.<br>Nel disturbo d’ansia generalizzata si riscontrano inoltre sintomi che si trovano associati più stabilmente ad altri quadri morbosi quali un’attenzione esagerata per la pulizia e l’ordine, varie preoccupazioni ipocondriache, difficoltà a stare nei luoghi angusti o al contrario nei grandi spazi aperti,&nbsp; e perfino veri e propri attacchi di panico. La comorbilità ricorre anche negli altri disturbi d’ansia, ma in questo caso è più marcata.<br>Spesso la persona imputa l’insorgenza del disturbo alla contemporanea presenza di un evento stressante, una circostanza che il più delle volte rappresenta però solo l’evento scatenante. L’anamnesi ne rivela infatti frequentemente la presenza già durante l’adolescenza ed anzi molti pazienti riferiscono di averne sofferto fin dall’infanzia.<br>Anche se negli ultimi tempi il disturbo sembra riguardare sempre più gli uomini, sono le donne ad esserne colpite più frequentemente, con un rapporto di 1 a 2.<br>Giovanni ha 37 anni quando lo vedo per il primo appuntamento. Mi consulta perché sono oramai due anni che non riesce più ad uscire di casa da solo. E’ questo che mi dice appena arrivato, oltre al fatto di sentirsi molto ansioso e di esserlo sempre stato. Non è sposato e vive con la madre, il padre è morto d’infarto qualche anno prima. Ha una sorella più piccola di tre anni che vive al piano di sopra che non ha figli ed il cui marito lavora a Roma e torna solo nel fine settimana. E’ solo con lei che ancora riesce ad uscire per fare la spesa, ma sempre in maniera frettolosa: solo tra le mura domestiche si sente al sicuro.<br>Giovanni è impiegato nel Comune del suo paese in un lavoro amministrativo di non grande difficoltà, che&nbsp; svolge con impegno e dedizione. All’ufficio riesce ad andare da solo, lavora&nbsp; nella sua stanza e ne esce se proprio ci è costretto. Vive con la tensione costante che qualcuno lo possa cercare o che gli vengano a chiedere delle informazioni persone che non conosce.<br>Ha paura che i suoi problemi potrebbero impedirgli prima o poi anche di andare a lavorare. Fuori dall’ufficio non ha praticamente&nbsp; vita sociale.<br>Da molti anni convive con un cronico dolore di stomaco e si lamenta anche del fatto di non riuscire a tenere puntigliosamente l’ordine in casa. E’ questo l’unico motivo di scontro con la madre che invece, a suo dire, per tale aspetto lascia molto a desiderare. &nbsp;<br>Dal quadro che Giovanni mi presenta emerge l’immagine di una di una famiglia ripiegata su se stessa che nel corso degli anni non ha fatto altro che chiudersi sempre più. La madre non esce quasi più di casa. E’ una donna che lui descrive come ansiosa da sempre e spesso malata. Ricorda&nbsp; ancora con dolore i mal di testa di lei: si chiudeva nella sua stanza ed era capace di non uscirne per tutto il giorno. Lui si sentiva disperato in quei momenti, disperato, solo e impotente. E anche molto arrabbiato.<br>Il padre lavorava la campagna e tornava quasi sempre a sera. Ogni tanto, raramente, tardava, si fermava con gli amici a fare due chiacchiere e&nbsp; bere un bicchiere. Qualche volta ne beveva qualcuno in più e tornava a casa&nbsp; più tardi e un po’ alticcio. Allora scoppiavano liti furibonde, la madre aveva delle vere e proprie crisi isteriche e Giovanni e la sorella assistevano impauriti alla scena parteggiando sì per la madre, ma senza capire bene cosa stesse succedendo. La madre li tormentava nei giorni successivi con la paura che il padre potesse rifarlo.<br>Giovanni non guida, la madre gli ha chiesto di non prendere la patente per il terrore che potesse accadergli qualcosa. Per lo stesso motivo né lui né la sorella sono mai potuti andare ad una gita scolastica. La sorella si è sposata giovanissima, a 18 anni, e lui si è sentito abbandonato, anche se&nbsp; ha compreso che lo ha fatto proprio per uscire di casa, infatti non è contenta del proprio matrimonio. Anche lui dice che avrebbe voluto sposarsi, farsi una famiglia, ma non gli si è mai presentata un’occasione: non ha mai avuto una ragazza e&nbsp; neppure un’amicizia duratura. Sin da bambino a scuola se ne stava in disparte, spesso aveva mal di testa e per due volte è anche svenuto. Crescendo le cose non sono cambiate. A casa studiava, guardava molto la televisione e scriveva poesie che nessuno ha mai letto. Solo dopo circa due anni di terapia me ne ha portata qualcuna da leggere, quando ormai non ne scriveva più. Continua a dirsi molto legato alla sorella e alla madre, e anche se si rende conto che tanti dei problemi che lo fanno soffrire sono in qualche modo un’eredità di quest’ultima, non gliene fa una colpa. Arrivando in terapia si diceva rassegnato al suo stato, avrebbe solo desiderato soffrire meno e non provare tanta ansia. Poi si è reso conto che è troppo chiedere di cambiare, purché tutto resti com’è.<br>Di recente ha fatto un sogno in cui si trovava lontano da casa. Preso da grande angoscia, inizia a correre verso casa, ma prendono ad inseguirlo dei cani. Mentre scappa sempre più impaurito, vede una figura seria vestita di nero. Le si avvicina, chiede aiuto, ma questa gli risponde bruscamente che lo sa da solo che non c’è nulla da temere. Intanto è stato circondato dai cani, ma invece di riprendere a correre comincia a interessarsi a loro, e anche se un cane grande gli abbaia furiosamente contro, non ne ha più terrore come prima e contemporaneamente sente attenuarsi l’angoscia per la lontananza da casa.<br>L’analisi del sogno ci ha mostrato che la figura rigida vestita di nero rappresenta la sua parte razionale, quella che non ha comprensione per le sue difficoltà e lo incita solo con la durezza. I cani rappresentano invece la sua parte più istintuale, aggressiva ed emotiva. Ed è lo spostamento di attenzione dalle sue paure a questa parte di sé, che provoca la diminuzione dell’ansia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il disturbo ossessivo-compulsivo</strong><br>Approfondiremo in seguito questo aspetto, per ora proseguiamo parlando di un altro disturbo d’ansia, quello ossessivo-compulsivo, che è caratterizzato dalla presenza di pensieri o atti incontrollabili che la&nbsp; persona è spinta irresistibilmente a ripetere.<br>Ne “L’uomo dei topi: osservazioni su un caso di nevrosi ossessiva” del 1908, Freud ci ha offerto un resoconto alla sua maniera di questo disturbo. Il caso dell’avvocato trentenne che era ossessionato dalla paura che&nbsp; a suo padre potesse essere inflitta la tortura orientale dei topi, che vengono fatti penetrare nell’ano del condannato, è ormai molto conosciuto.<br>Freud ha messo in evidenza l’ambivalenza che caratterizza questo disturbo: l’uomo dei topi era molto legato al padre, conservava tuttavia nei suoi confronti un odio inconscio al seguito di quando era stato picchiato da lui da bambino, perché aveva morso la governante. Non essendo moralmente ammissibile l’espressione dell’odio nei confronti del padre, il paziente aveva sviluppato l’ossessione che al padre potesse accadere un supplizio del genere, ma Freud ha mostrato come nella paura del supplizio fosse espressa sia l’aggressività verso il genitore&nbsp; che la tenerezza provata verso di lui. C’è l’ambivalenza alla base dell’ossessione dell’uomo dei topi, l’ambivalenza tra due sentimenti opposti che generano un conflitto, e che non è possibile risolvere finché i sentimenti non vengono portati alla luce.&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;<br>Dai tempi di Freud il disturbo ha mutato nome, oggi è denominato disturbo ossessivo-compulsivo e contempla appunto ossessioni e compulsioni. Il solito DSM definisce le ossessioni come pensieri, impulsi, o immagini a carattere invasivo e ripetitivo, che si presentano non voluti alla mente, e appaiono irrazionali e incontrollabili all&#8217;individuo che li subisce; le compulsioni come&nbsp; un comportamento ripetitivo o un&#8217;azione mentale che la persona si sente costretta ad eseguire per ridurre il disagio causato dai pensieri ossessivi o per scongiurare il verificarsi di una qualche calamità. Sia le ossessioni che le compulsioni conducono alla ripetizione di pensieri, gesti e comportamenti che hanno la funzione di tenere costantemente sotto controllo l&#8217;ambiente circostante, come strategia atta ad allontanare da sé un impulso ritenuto inaccettabile, come faceva con la propria aggressività verso il padre il paziente di Freud.<br>Quello che più teme chi soffre di tale disturbo è l’imprevisto, l’inaspettato, il dubbio soprattutto, proprio perché in questi casi rischia di saltare il meccanismo di controllo.<br>Le ossessioni possono diventare così invasive e frequenti da limitare grandemente il normale funzionamento psichico. Le più comuni riguardano il timore di essere contaminati dallo sporco o dalle infezioni, oppure la paura ipocondriaca di disfunzioni fisiche dietro alle quali si teme si celi un disturbo fatale.<br>La paura delle contaminazioni&nbsp; o delle malattie può estendersi anche alle persone care, rendendo ancora più vasto l’universo da controllare e più arduo e penoso il compito di preservazione.<br>Le compulsioni più comuni hanno a che fare con la pulizia, con l’ordine e con il tener lontani i pericoli. La pulizia si raggiunge solo con lavaggi ripetuti e sfinenti, evitando qualunque contatto con ciò che toccano gli altri: maniglie, interruttori, sedie, tavoli, oggetti di uso comune, per l’ossessivo non rappresentano altro che una&nbsp; riserva di batteri che occorre assolutamente evitare e così, penosamente vergognandosene, ricorre a tutta una serie di stratagemmi per aprire la maniglia o per accendere la luce stando attento a non contaminarsi e nel contempo a non farsi notare dagli altri.&nbsp; Molto spesso il mantenimento dell’ordine o le pratiche protettive rispetto ai pericoli temuti, vengono ottenuti solo al prezzo di complicati cerimoniali che possono durare anche molte ore, a volte occupare la maggior parte della giornata, senza che possano essere interrotti, anzi se qualcosa interferisce con il cerimoniale, esso deve essere ricominciato daccapo.<br>Le persone affette da questo disturbo si lamentano della ripetitività e della incoercibilità dei loro gesti e delle loro pratiche: sanno benissimo che il gas o la porta sono chiusi, ma non possono esimersi dal tornare ancora una volta indietro a controllarli. Poichè se non sono sicuri di averlo fatto bene,&nbsp; si scatena un’ansia tale da impedire loro di fare qualcosa d’altro: da quella omissione potrebbero derivare infatti catastrofi (se non hanno chiuso bene il gas potrebbe esplodere il palazzo, se lasciano la porta aperta potrebbero entrare dei malfattori che rubano e uccidono) e allora sono costretti a ricominciare da capo.<br>A volte le compulsioni assumono la caratteristica di atti ripetitivi, che sembrano non avere alcun altro scopo se non quello di proteggere magicamente da pericoli che potrebbero presentarsi se il soggetto non si attenesse a tali pratiche, come il contare ripetutamente le fessure delle mattonelle, pensare ad una serie preordinata di&nbsp; numeri, ripetere una serie di parole in una certa sequenza, etc. Il disturbo ossessivo-compulsivo di solito insorge alla fine dell’adolescenza spesso in seguito a qualche evento stressante in famiglia, a difficoltà sul lavoro o in seguito a degli eventi dolorosi come una disgrazia o un lutto. Riguarda più gli uomini che le donne&nbsp; ed è frequentemente associato ad altri disturbi d’ansia, in particolare alle preoccupazioni ipocondriache ed alle fobie, tanto che a volte è difficile distinguere le une dall’altro.<br>A volte nel corso della vita può accadere di sviluppare per un certo periodo fugaci esperienze di tipo ossessivo-compulsivo, ma esse si risolvono da sole in genere dopo un breve periodo. Per chi è invece affetto veramente da tale disturbo, e non è difficile arrivare alla diagnosi differenziale, le ossessioni e le compulsioni, oltre a rappresentare un grave disagio psicologico, possono diventare di tale intensità e frequenza da interferire pesantemente con le normali attività quotidiane.<br>Anche le relazioni familiari ed interpersonali risentono pesantemente della situazione. La incoercibilità delle compulsioni e la loro ripetitività genera negli altri preoccupazione ed apprensione e l’attenzione continua richiesta dalle ossessioni,&nbsp; provoca un distacco dagli altri, un isolamento che a lungo andare deteriora i rapporti pesantemente.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br><strong>Le fobie</strong><br>Le fobie invece, che possono essere specifiche e sociali, vengono definite come un comportamento di evitamento sovradimensionato rispetto al pericolo rappresentato da un oggetto o da una situazione specifici. L&#8217;individuo ne riconosce l&#8217;irragionevolezza, ma non può esimersi dal temerli. Un’eventuale esposizione forzata ad essi produce un’ansia intollerabile.<br>Le fobie specifiche possono riguardare qualunque oggetto o situazione, ne sono state individuate centinaia ed ognuna col proprio nome. Le più ricorrenti sono però rappresentate:<br>dalle fobie degli animali: dei serpenti, dei topi, dei ragni o del cavallo, come era per il piccolo Hans di cui parlammo qualche seminario fa;<br>dalle fobie delle infezioni: del sangue, delle urine, dello sperma. Legate particolarmente ai liquidi corporei spesso sono associate alla fobia per lo sporco;<br>dalle fobie cosiddette situazionali: dei luoghi aperti e dei luoghi chiusi, dei tunnel e degli ascensori, dei viadotti e delle piazze, dei cinema e dei supermercati, di volare e di guidare.<br>La fobia sociale invece, anch’essa in notevole aumento,&nbsp; si caratterizza come una paura irrazionale e persistente collegata alla presenza di altre persone. Questa condizione può divenire estremamente limitante, perchè chi ne soffre cerca di evitare i momenti in cui potrebbe trovarsi ad essere oggetto di attenzione o di valutazione da parte di altri. Se per qualche motivo non si può evitare la situazione temuta, e la persona si sente costretta a sopportarla senza avere una via di fuga, può scatenarsi un’ansia talmente intollerabile da esitare in un attacco di panico o in uno svenimento.<br>L’esordio delle fobie sociali è spesso localizzato durante l&#8217;adolescenza, anche se non è raro che queste paure si manifestino tra i bambini.<br>Ed infatti fin da bambino Marco ha avuto difficoltà a relazionarsi. Tendeva a rimanere in casa a guardare la televisione, piuttosto che andare a giocare con gli altri. I genitori lavoravano entrambi in una fabbrica e tornavano a casa verso le sei del pomeriggio. Marco ben presto si accorse che ai genitori dispiaceva che non fosse uscito, visto che lo spronavano a farlo al loro rientro. Capiva che erano preoccupati dal fatto che lui fosse così diverso dagli altri per questo aspetto e iniziò a dire delle bugie, a raccontare che era stato in un posto o nell’altro dopo aver pranzato dalla zia. Aveva anche imparato a farsi trovare a fare i compiti al loro ritorno, per giustificare l’uscita pomeridiana,&nbsp; e a vedere la televisione nel primo pomeriggio, anche se questo lo faceva rinunciare a vedere un programma che facevano più tardi e che gli piaceva tanto. Lui ebbe sempre il sospetto che i genitori avessero intuito qualcosa, ma non facevano troppe domande: era evidentemente doloroso anche per loro svelare la sua bugia e così un po’ ci credevano e un po’ volevano crederci. La difficoltà maggiore nasceva durante i fine settimana o nei periodi di vacanza, quando il gioco infrasettimanale non reggeva più. Allora aveva preso l’abitudine di recarsi in un angolo del portico di una casa che era stata abbandonata (Marco viveva in un paesino dei dintorni dove forte era stata l’emigrazione) e lì aspettava un tempo che gli paresse congruo a giustificare un’uscita.<br>A poco a poco aveva ritenuto una grave colpa il fatto di non essere capace di uscire. In casa stava bene, aveva tutte le sue cose, ma non poteva godersi i suoi spazi, non poteva rilassarsi al pensiero che stava facendo qualcosa di sbagliato perché non usciva. Ricordo il sollievo che provò quando durante la terapia gli dissi che non era obbligato ad uscire, se non voleva. Certo sapeva bene che così facendo la vita scorreva fuori e lontano da lui, ma per il momento le cose non potevano andare che così. Inoltre il disturbo era particolarmente accentuato proprio nel paese in cui viveva ( tutte le fobie hanno un luogo privilegiato in cui esplicano la massima potenza). Quando frequentava le superiori ad Avezzano viveva una vita scolastica abbastanza normale, stava con gli altri con serenità e, pur non essendo un chiacchierone, riusciva a relazionarsi sia a scuola che fuori partecipando a gite o altro. Tornato al paese riprendeva invece il comportamento solito.<br>E fu infatti la circostanza di aver terminato l’Università, a spingerlo a cercare aiuto. L’aveva frequentata a Perugia, non risentendo particolarmente delle sue limitazioni, ma ora che si era laureato ed era tornato a casa nell’attesa di trovare lavoro, i problemi erano ricominciati come nel passato e quando era stato costretto a uscire aveva sperimentato per la prima volta degli attacchi di panico. Anzi una volta era stato costretto a fuggire lasciando gli amici in piazza senza una spiegazione, poi era stato pronto ad accusare della fuga un improvviso mal di pancia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il disturbo da attacchi di panico</strong><br>Per ultimo ho lasciato il disturbo da attacchi di panico, perché è grazie ad esso che potremo proseguire il discorso che ho accennato all’inizio.<br>Il disturbo da attacchi di panico consiste in un attacco improvviso, imprevedibile e inspiegabile che comprende un elevato numero di sintomi: difficoltà di respiro e sensazioni di soffocamento, palpitazioni, nausea, dolore al petto, tremori, capogiri, sudorazione intensa, sensazione di paura che può arrivare al terrore di svenire, di diventare pazzi o addirittura di morire. Inoltre, come nel disturbo acuto da stress,&nbsp; durante l’attacco si possono avvertire sensazioni di depersonalizzazione e di derealizzazione. Naturalmente è raro che questi sintomi si possano sperimentare tutti insieme durante un unico attacco, ne sono presenti comunque un buon numero.<br>L’insorgenza degli attacchi può variare da persona a persona sia rispetto all’età che al modo di manifestarsi. Si può dire che non esiste un’età che metta al sicuro: sono stati riferiti casi del primo attacco nei bambini, negli adolescenti, negli adulti e perfino in età ancora più avanzata.<br>Può accadere che si sperimenti un attacco una volta sola e che poi non si manifesti più per molti anni, o che si manifesti in maniera saltuaria e molto poco frequente, o magari una volta alla settimana, rimanendo sempre più o meno costante. Ma può accadere che gli attacchi si verifichino più volte al giorno e persino di notte, interferendo molto con le normali attività della vita o rendendole addirittura impossibili.<br>Ma indipendentemente dalla frequenza e dalle situazioni in cui si verifica, quel che è certo è che una volta che l’attacco c’è stato non si dimentica e anzi spesso si inizia a vivere con la paura che la cosa possa ripetersi. E’ proprio la forte ansia anticipatoria presente tra un attacco e l’altro che danneggia più degli attacchi veri e propri.<br>Infatti gli attacchi generalmente durano solo qualche minuto, e anche se a chi li subisce sembra un tempo interminabile, raramente si protraggono per più tempo. A volte sono associati a situazioni specifiche, come abbiamo visto prima nel caso di Marco quando si trovava fuori casa, ed allora diventano certo più prevedibili, altre volte sembra che non abbiano alcuna causa scatenante e paiono del tutto ingiustificati.<br>Inoltre in circa il 50% dei casi l’attacco di panico può risultare complicato dalla presenza dell’agorafobia, la paura degli spazi aperti, che ha per oggetto i luoghi pubblici e frequentati dai quali potrebbe essere difficoltoso allontanarsi o nei quali potrebbe non essere disponibile un aiuto nel caso che l&#8217;individuo stia male. Ciò comporta la paura di andare nei negozi (specialmente nei supermercati, perché più affollati) o nei cinema, la paura di ritrovarsi in mezzo alla folla, la paura di viaggiare e di lasciare la propria casa. Per chi soffre di attacchi di panico e di agorafobia la casa rappresenta il più delle volte l’unico luogo in cui sentirsi al sicuro ed infatti a volte il disturbo acquista un’ ulteriore condizione invalidante quando il soggetto inizia a sentirsi insicuro anche in casa e ha bisogno di non essere lasciato solo per stare più tranquillo.<br>Spesso Flavia si sente angosciata. Fino a qualche mese fa l’angoscia si trasformava quasi sempre in un attacco di panico, ora invece sente “solo” angoscia. La terapia è iniziata da circa sei mesi, continua a ripetere che non c’è alcun motivo perchè oggi, ad esempio, provi angoscia, anche se mi dice, scherzando, che ormai ha imparato che lei il motivo non lo conosce, ma c’è. Ed infatti spesso le sedute si svolgono procedendo ad una sorta di disvelamento, che mostra regolarmente come alla base dell’angoscia ci sia stato un sentimento di delusione,&nbsp; di fallimento, di scacco alla propria autostima: un compagno di studi le ha risposto male, la cara amica del cuore, mentre passeggiavano, rideva e parlava quasi esclusivamente con la nuova arrivata, il fidanzato ha tardato a chiamarla o è arrivato tardi all’appuntamento senza avvisarla, la madre continua a farle intendere che il fratello è più in gamba di lei: all’Università ha fatto più esami ed è di 2 anni più piccolo.<br>Quando Flavia riesce a collegare lo stato d’animo attuale con uno degli avvenimenti elencati, l’angoscia tende a sciogliersi e si chiede perché non ha pensato da sola a fare il collegamento.<br>Per lei, come per tutte le altre persone di cui abbiamo parlato, i suoi sintomi sono assurdi e&nbsp; senza senso e l’unica cosa che vorrebbe è che sparissero.<br>Infatti il disturbo psichico, e in maniera ancora più marcata la malattia mentale, hanno sempre avuto una doppia chiave di lettura: quella di stampo più eminentemente medico e clinico, che definisce il paziente come affetto da tale o talaltro quadro morboso caratterizzato da una certa sintomatologia, etc., ed una di carattere più sociale, che ha a che fare con il pregiudizio e con lo stigma. Come se chi soffre di un disturbo psichico assommi su di sé delle carenze che lo rendono diverso dagli altri. Certamente tale pregiudizio risente delle difficoltà di cura che aveva in passato la malattia mentale, ma più ancora credo sia importante proprio il carattere di stranezza e di incoercibilità che hanno i sintomi conseguenti ad un disagio psicologico. Infatti la stessa cosa pensa di sé chi questi disagi mostra: avvertire delle spinte incontrollabili, presentare dei sintomi all’apparenza così incongrui, credere di avere un qualche difetto nella volontà per la difficoltà di vincere tali manifestazioni, induce la persona a tenere celato il disturbo, a vergognarsene, a nasconderlo persino alle persone più care, nella convinzione di essere posseduti da qualcosa di unico, che è solo loro e tremendamente disdicevole.<br>Anni fa una psicologa americana pubblicò un libro sul disturbo ossessivo- compulsivo dal titolo “Il ragazzo che si lavava troppo le mani”.&nbsp; Qualche tempo dopo, la stessa psicologa intervenne in un programma televisivo, dicendosi meravigliata del gran numero di persone che l’avevano contattata o le avevano scritto per ringraziarla del suo libro, perché per la prima volta in vita loro, avevano avuto la possibilità di non sentirsi soli con il loro disturbo, avevano potuto sperimentare la condivisione, il diminuire della vergogna che sempre si accompagna al sentire comune. Insomma il “mal comune mezzo gaudio” non credo che sia un detto che va bene solo per gli Italiani….<br>Ed è infatti con un gran senso di solitudine rispetto al loro disturbo che le persone si rivolgono ai terapeuti. Ormai le riviste sono piene di rubriche “l’esperto risponde”, dove psicologi e psicologhe, rassicurano le molte persone che scrivono loro sull’accresciuta diffusione dei disturbi d’ansia. Eppure quasi sempre i pazienti nei loro primi appuntamenti, chiedono se sono solo loro a soffrire di quel disturbo, se ce ne sono anche altri, se io li ho già curati, se gli altri sono guariti, etc. Certo anche queste domande sono frutto dell’ansia, ma il bisogno di rassicurazione e condivisione, come abbiamo visto prima nell’episodio della psicologa americana, è molto forte nei confronti dei disturbi psichici. La domanda “perché soffro di un disturbo così strano” si presenta incessantemente.<br>Flavia, come la maggior parte degli altri pazienti, si lamenta perché si sente troppo debole nel dominare le sue dinamiche psicologiche, vorrebbe diventare più forte, per schiacciare quella parte di sè che la fa soffrire. Di fronte alle sue richieste&nbsp; io rispondo che lei non è troppo debole, ma troppo forte. Perché le rispondo così? Scommetto che in questa sala nessuno o molto pochi sarebbero d’accordo con me,&nbsp; quasi tutti sareste d’accordo con Flavia.<br>E’ a questo punto, allora, che vorrei introdurre la prospettiva di cui parlavo all’inizio.<br>L’apparente assurdità dei sintomi nevrotici è sempre stato un problema per la medicina. E’ solo con Freud, con la scoperta dell’inconscio, delle leggi che lo regolano e del modo conflittuale con cui si relaziona con la coscienza, che si arriva a trovare un senso ai sintomi nevrotici. &nbsp;<br>Per Freud l’inconscio non è il luogo dell’irrazionalità e dell’istintualità selvaggia, ma principalmente il luogo dove risiede il nostro desiderio. Ne “L’interpretazioni dei sogni”, in “Psicopatologia della vita quotidiana”,&nbsp; nei “Tre saggi sulla vita sessuale”, in “Introduzione alla psicoanalisi”, probabilmente i testi di Freud più noti, egli ci indica i mille modi in cui il desiderio tende a mostrarsi, in una lotta incessante con la nostra parte vigile e cosciente: nei sogni, nei lapsus, negli atti mancati e nei sintomi nevrotici. La stranezza, l’apparente inspiegabilità di questi fenomeni non è un semplice zoppicamento del linguaggio, un incidente, ma un cortocircuito tra due intenzionalità divergenti: quella inconscia e quella cosciente. Quella inconscia portatrice del desiderio e quella cosciente che vi si oppone. La stranezza del sintomo, come quella del sogno, è il risultato del mascheramento che le forze repressive e censorie della coscienza esercitano sui contenuti dell’inconscio. Per renderli accettabili, essa li rende irriconoscibili. Il sintomo ed il contenuto del sogno rappresentano la formazione di compromesso che permette al desiderio di manifestarsi. Altro che assurdità dei sintomi e dei sogni, è l’unica maniera che ha il desiderio per farsi conoscere!<br>L’inconscio è per Freud un sapere che agisce come una perturbazione sulla coscienza:&nbsp; le chiede di tener conto delle proprie istanze, di assumere anche ciò che sembra contrastarla. E’ nell’inconscio che si trova la nostra parte più vera.<br>Il vero Sé, lo chiamerà anni dopo Winnicott.<br>Freud si rese conto che ciò equivaleva a dire agli uomini che non erano “padroni in casa propria”, che veniva inflitto un duro colpo all’idea che la realtà coincida con la coscienza, con l’Io. Con la psicoanalisi è proprio il concetto di identità che si problematizza. “Credersi un io” affermava Lacan, uno dei più geniali discepoli di Freud, “è la vera follia dell’uomo”.<br>Il nuovo punto di vista della psicoanalisi consiste nel pensare che la malattia psichica non scaturisca da una fragilità dell’Io, come ritiene una certa psicologia della prestazione e come pensano Flavia, gli altri pazienti che chiedono di diventare più forti, e forse anche voi, ma al contrario, da un suo rafforzamento eccessivo. In questo senso più c’è rafforzamento dell’Io e più c’è sofferenza. Questa prospettiva corregge un certo modo di intendere la malattia psichica, che non si fa discendere da una eccessiva presenza dell’inconscio, ma dalla sua eccessiva assenza. La malattia non è causata dall’inconscio, ma dalla sua negazione. Ci si ammala perché ci si allontana dall’inconscio e ci si irrigidisce nell’identificarsi con i confini sterili del proprio Io. Ed infatti le domande di aiuto che lo psicoanalista riceve possono essere molto diverse, ma sono tutte accomunate dal fatto che il soggetto che le pone non è più sicuro di essere ciò che sino a quel momento pensava di essere. L’esperienza dell’inconscio è un’esperienza di mancanza di padronanza. &nbsp;<br>La protezione eccessiva del proprio confine identitario, identificato con l’Io e con la razionalità, tende a ribaltarsi nel suo contrario, come è drammaticamente confermato nelle cosiddette malattie autoimmuni, nelle quali una difesa eccessivamente rigida dell’organismo, da parte del suo apparato immunologico, ne può causare paradossalmente la distruzione.<br>Questa impostazione ha chiaramente delle ripercussioni notevoli sul versante della cura.<br>Il paziente, come abbiamo detto, non chiede altro che di tornare “com’era prima”, di far scomparire i sintomi prima possibile&nbsp; e di riacquistare la padronanza perduta. Questo per lui vuol dire guarire.<br>Bisogna insistere, invece, sul valore di segnale dei sintomi, e cercare di comprendere che il sintomo evidenzia un disequilibrio che se viene mascherato, come a volte può accadere per esempio con l’uso di un farmaco o anche effettuando una psicoterapia, diciamo, più “prestazionale”, lo squilibrio rimane. Lo scopo di una psicoanalisi non è quello di una pratica di ortopedia psicologica. Il dispositivo psicoanalitico si mantiene se il paziente viene condotto a toccare il limite del suo sapere, a frequentare i suoi vuoti, i suoi bordi meno conosciuti.<br>Ad esempio, una remissione rapida di un quadro sintomatico non sarà affatto considerata come una “guarigione”, Anche se si può immaginare quanto il paziente trovi vantaggiosa e gratificante una simile prospettiva, e senza sottovalutare il significato che ciò può avere in termini di diminuzione della sofferenza e di motivazione alla terapia, tuttavia la guarigione è altra cosa.<br>Già Freud si era reso conto di questo, quando nel 1914 scrive che non si deve avere il&nbsp; bisogno di alleviare la sofferenza del paziente troppo rapidamente, perché “il rischio che corriamo altrimenti, è di non ottenere mai più un miglioramento, se non modesto e transitorio”.<br>Freud si espresse in questo modo mentre stava occupandosi del concetto di astinenza subito dopo la scoperta del transfert. Scrisse infatti inoltre che “la tecnica psicoanalitica fa obbligo al medico di rifiutare alla paziente bisognosa d’amore il soddisfacimento richiesto”. La frase non va letta solo in senso morale, ma all’interno dell’elaborazione del concetto di astinenza : se l’analista soddisfa rapidamente il bisogno d’amore, rischia di eliminare per sempre la possibilità di comprendere cosa quell’espressione può significare per la paziente, al di là della richiesta immediata. Lo stesso che può accadere con una remissione troppo rapida dei sintomi, quindi, tanto che in questi casi si usa l’espressione “fuga nella salute”, a significare un miglioramento tanto improvviso quanto temporaneo .<br>Col tempo il concetto di astinenza è diventato sempre più centrale nella tecnica psicoanalitica, investendo in modo più complesso ogni tipo di inferenza che l’analista può avere sul paziente e che possa rappresentare un ostacolo al libero flusso dei pensieri e delle parole, interferendo con l’avvicinamento all’inconscio del soggetto.<br>In questa direzione va letto il rifiuto di dare consigli&nbsp; da parte dell’analista. Sempre senza troppa rigidità&nbsp; (insomma un’analisi è un luogo molto più libero di quanto può apparire da queste mie parole),&nbsp; un’analista dovrebbe accogliere le manifestazioni dell’inconscio del paziente, non fornire indottrinamenti o esplicitazioni del suo sapere. Bion raccomandava di accostarsi alla seduta senza memoria e senza desiderio, con ciò volendo significare di lasciare il massimo spazio alle possibilità espressive.<br>Anche la non risposta, o il tante volte irriso silenzio dell’analista non sono misure sadiche volte a tiranneggiare il paziente, ma gli unici movimenti autenticamente etici che consentono a una psicoanalisi di svilupparsi. Se invece l’analista si prodigasse ad esibire il suo sapere con spiegazioni e interpretazioni che anticipano la parola del soggetto, o ponendosi come un modello o intervenendo nella realtà, allora egli renderebbe impossibile l’esercizio pieno della parola del paziente, gli renderebbe difficile&nbsp; produrre il suo inconscio.<br>Insomma, per fare un riferimento personale, quando i pazienti mi rimproverano i miei silenzi, mi dicono che parlo poco, che mi vorrebbero più attivo, non stanno tanto lamentandosi del mio di silenzio, quanto di quello del loro inconscio o della resistenza che avvertono nel manifestarlo. Paradossalmente è di maggior silenzio che hanno bisogno, anche del loro, per ascoltare meglio. Insomma parlare di più, o meglio parlare quando non è necessario, quando ciò che serve è l’ascolto,&nbsp; non rende un buon servizio all’analisi.<br>Winnicott esalta come virtù fondamentale dell’analista saper operare con la propria ignoranza e afferma che in ogni seduta tende a ”intervenire almeno una volta, ovvero quel tanto che basta per rivelare al paziente che non ha inteso bene”. Ma insomma, senza arrivare alle ascesi di Winnicott, credo che si sia compreso quanto voglio dire.<br>Ora possiamo tornare a Flavia. L’abbiamo lasciata mentre mi chiedeva di aiutarla a diventare più forte, ed io a dirle che meno forte doveva diventare, non il contrario.<br>Abbiamo visto prima che l’angoscia è il segnale della distanza dal proprio inconscio, dal proprio desiderio, dal vero Sé. Più il desiderio bussa alle porte della coscienza per manifestarsi e più l’Io si sente minacciato e sviluppa angoscia. Perché però in Flavia l’angoscia si sviluppa quando viene trattata male dall’amica o trascurata dal fidanzato, cosa c’entra questo col desiderio? Si dirà: quando veniamo trattati male o non riconosciuti nel nostro ruolo, sempre soffriamo. E’ vero, e ci arrabbiamo anche, se possiamo ci ribelliamo, gridiamo all’ingiustizia. Proviamo anche ansia o un’altra emozione molto violenta se la nostra rabbia è urlata o agita con il corpo, ma non proviamo l’angoscia paralizzante di Flavia, che spesso si rivolge contro di sé provocandole il dolore fisico o l’attacco di panico. Lei è paralizzata perchè, per esempio col fidanzato, si sente come la preda in trappola, e come fanno spesso le prede per difendersi, si paralizza. Non ha altri strumenti: sente di non poter avere un avvenire senza di lui, non riesce a vedersi da sola, a pensarsi da sola, a immaginare di ricominciare con un’altra persona. E chi la vorrà mai di nuovo, inoltre. Flavia è una bella ragazza, ma ha un’immagine distorta del suo corpo, si vede brutta e insignificante, ed infatti anche la cura di sé lascia molto a desiderare. Non si veste in maniera da mettere in rilievo la sua femminilità, non usa&nbsp; gonna, tacchi, rossetto,&nbsp; porta sempre i capelli legati, etc. Le donne sanno bene cosa intendo dire.<br>A volte avverte confusamente dentro di sé una spinta che la vorrebbe in una posizione più autonoma e indipendente rispetto alle persone per lei significative (ed infatti i sentimenti che legano Flavia al fidanzato, per quegli aspetti che riguardano l’autonomia e l’indipendenza, non sono dissimili da quelli che prova per i genitori o gli amici), ma il pensiero la spaventa, lo scaccia. Teme che se desse ascolto a questa voce non sarebbe più accettata, ma verrebbe rifiutata e abbandonata. Teme che questa spinta sia l’espressione della parte peggiore di lei, e così, pur di metterla a tacere, accetta, e adotta lei stessa, atteggiamenti che la fanno soffrire e che le sembra di meritare visto che alberga pensieri così negativi, visto che è così cattiva.<br>Quindi, e questo è un indicatore che rivela molto del modo in cui ci rapportiamo con noi stessi e con gli altri, quando accadono questi fatti, Flavia oltre a soffrire come abbiamo visto, si sente anche regolarmente in colpa.<br>Perché si sente in colpa se sembra lei la vittima? Credo perché in maniera confusa avverte di star facendo qualcosa che non è in sintonia col suo essere più autentico e la colpa deriva dalla pressione che esercita su se stessa per far sì che le cose rimangano come sono. La spinta che a volte Flavia sente e che reprime, è il suo desiderio che cerca espressione, e così facendo, nel tempo è diventata sempre più inautentica, finché la troppa distanza dal suo vero Sé l’ha fatta ammalare.<br>Lacan, colui che più di altri ha indagato il desiderio in ambito psicoanalitico, dice che in questi casi “c’è assimilazione passiva alla domanda dell’Altro, c’è delega del proprio desiderio: sarò quello che l’Altro vuole che io sia, per restare amabile ai suoi occhi, per non deludere angosciare o irritare. Cedo sul mio desiderio perché essere amato dall’Altro produce il vantaggio di giustificare la mia esistenza, le dona un senso, la rende necessaria”. Per questo nella vita di un soggetto l’emergere del desiderio comporta sempre un certo effetto di spaesamento, di vertigine, una sensazione di sbandamento. L’emergere del desiderio è in contrasto con tutte le tendenze adattive, interrompe l’immersione del soggetto nel discorso comune, strappa dalla beata e ottusa identificazione conformistica al presunto desiderio degli altri. Perciò il desiderio&nbsp; va combattuto, va tenuto alla larga, lontano dalla nostra consapevolezza<br>E poiché la spinta del desiderio è inestinguibile, anche la nostra controspinta sarà sempre maggiore.<br>Così ad un certo punto ci si ritrova come a comprimere l’acqua: più pressione si esercita da una parte, più c’è fuoriuscita da un’altra: un sintomo sempre più incoercibile, l’angoscia sempre più pervasiva. Finché&nbsp; non ci si arrende e si chiede aiuto, magari perché qualcun altro si allei con noi per esercitare più pressione….</p>



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		<title>Psicoanalisi della coppia in crisi</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Nov 2022 21:00:36 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Vorrei iniziare citando l’incipit di Anna Karenina di Leone Tolstoj. Dice Tolstoj:”tutte le famiglie felici sono simili le une alle altre; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”. I modi di manifestare l’infelicità per Tolstoj possono essere dunque i più disparati e pur se la storia di Anna sembra potersi tristemente ricollocare all’interno dei più triti clichè sulle&nbsp; infedeltà coniugali e sui tradimenti, la penna di Tolstoj rende Anna Karenina un personaggio unico e indimenticabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cercherò di mettere in evidenza come in molti casi, pur nel modo proprio e particolare in cui si declinano le storie d’amore infelici, come sostiene Tolstoj, esista comunque una condizione psicologica sottostante che le accomuna e che ne determina sia la maniera di realizzarsi che le condizioni di ripetibilità.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="1022" src="https://www.waltercreatipsicologoavezzano.it/wp-content/uploads/2022/11/vecteezy_psychology-heads-icons-on-white_7330619-1024x1022.jpg" alt="" class="wp-image-250" srcset="https://www.waltercreatipsicologoavezzano.it/wp-content/uploads/2022/11/vecteezy_psychology-heads-icons-on-white_7330619-1024x1022.jpg 1024w, https://www.waltercreatipsicologoavezzano.it/wp-content/uploads/2022/11/vecteezy_psychology-heads-icons-on-white_7330619-300x300.jpg 300w, https://www.waltercreatipsicologoavezzano.it/wp-content/uploads/2022/11/vecteezy_psychology-heads-icons-on-white_7330619-150x150.jpg 150w, https://www.waltercreatipsicologoavezzano.it/wp-content/uploads/2022/11/vecteezy_psychology-heads-icons-on-white_7330619-768x766.jpg 768w, https://www.waltercreatipsicologoavezzano.it/wp-content/uploads/2022/11/vecteezy_psychology-heads-icons-on-white_7330619-1536x1533.jpg 1536w, https://www.waltercreatipsicologoavezzano.it/wp-content/uploads/2022/11/vecteezy_psychology-heads-icons-on-white_7330619-60x60.jpg 60w, https://www.waltercreatipsicologoavezzano.it/wp-content/uploads/2022/11/vecteezy_psychology-heads-icons-on-white_7330619.jpg 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Il titolo del seminario fa riferimento alla coppia in crisi. Ma non parlerò delle crisi che sono di un momento: rotture anche dolorose, che però spesso a seguito di aggiustamenti e accomodamenti, conducono ad equilibri più avanzati e stabili. Parlerò invece delle crisi che&nbsp; rappresentano il momento terminale di un processo che parte da lontano, che può risalire fino al momento della scelta del partner. Sono queste le crisi che determinano una sofferenza ed un’infelicità molto profonde e che spesso esitano in una depressione vera e propria.<br>Mi servirò della storia di Anna Karenina come spunto di base e modello di confronto con un’altra storia che andrò a raccontare, allo scopo di trovare il tratto comune di cui ho parlato.<br>Per chi non la conosce, riassumo brevemente la trama del romanzo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Anna Karenina</strong><br>Anna è una donna dell’aristocrazia moscovita del XVIII secolo, sposata col conte Karenin, dal quale ha avuto un figlio. Quando conosce il conte Vronskij che inizia a corteggiarla, Anna ne rimane profondamente turbata. Ella non è innamorata del marito, ma è profondamente legata al figlio. Resiste dapprima al corteggiamento di Vronskij finchè, un pomeriggio, gli si abbandona “scivolando” sul divano. La scena della seduzione è tutta qui, in questo “scivolamento” di un’intensità quasi intollerabile. Chi ha letto il romanzo, sa cosa intendo. Forse il momento risulta così intenso perché l’autore ci fa già avvertire gli altri “scivolamenti” cui lei andrà incontro.<br>Rimane incinta, rischia quasi di morire, Vronskij tenta il suicidio per il rimorso e il marito, dopo aver scoperto la storia,&nbsp; le dice che se lo abbandonerà per Vronskij, non le farà più vedere il figlio. Ma lei lo lascia ugualmente, parte con Vronskij, viaggiano, soggiornano a lungo in Italia e infine tornano a vivere in campagna, non&nbsp; molto distanti da Mosca. Mai Tolstoj ci fornisce l’immagine di una felicità piena: la mancanza del figlio, il dolore ed il rimorso per averlo lasciato, aleggiano costantemente ed incarnano l’insoddisfazione di lei, si embricano nel suo cominciare a tormentare l’amante con la gelosia, con le recriminazioni.<br>Finché Vronskij stanco e&nbsp; infastidito, pur se ancora molto innamorato, prova ad allentare la tensione e torna a Mosca. Anna pensa che sia finita, lascia anch’essa la casa in campagna e compie in treno il viaggio di ritorno a Mosca in un deliquio, in un’atmosfera allucinata e quasi delirante. Infine si uccide, gettandosi sotto un treno, lasciando il lettore sbigottito, pur di fronte all’inevitabile. Perché non si può non amare Anna: nella sua umanità vera e dolente, è molto affascinante. Questa donna che all’inizio, secondo gli appunti preliminari al romanzo, doveva essere una “donna volgare dalla fronte bassa” che l’autore detestava, è cresciuta sino a diventare una delle figure più belle e seducenti di tutta la letteratura mondiale. E quanto deve poi averla amata Tolstoj, che non la giudica mai, lui così rigoroso nella sua morale.<br>Dopo il suicidio, il dolore di Vronskij è insostenibile: è distrutto, e non solo per la perdita. Col suo gesto Anna ha voluto condannare lui e la società tutta. Con lui ci è riuscita. Qualche tempo dopo parte per la guerra, ormai è un uomo finito. Il conte Karenin ottiene l’affidamento anche della figlia che Anna ha avuto con Vronskij.<br>Anna Karenina è un grande romanzo sull’irredimibilità della colpa, sull’inflessibilità del senso di colpa. Oltre ad essere il protagonista di molti romanzi dell’Ottocento, il senso di colpa riveste un ruolo centrale anche nella storia del movimento psicoanalitico. Il senso di colpa sorge in conseguenza dei rimproveri che il Super Io, la nostra coscienza morale, rivolge all’Io quando questi non si comporta secondo i precetti che gli sono stati inculcati. Più il Super Io è rigido e intransigente e più il senso di colpa sarà pervasivo. Può essere inoltre anche inconscio, può riferirsi cioè non ad un’azione o ad un desiderio esperiti razionalmente, ma rappresentare la punizione per un desiderio inconscio.<br>Il Super Io comprende anche l’Io Ideale, istanza che contiene gli aspetti ideali del Sé che si sono sedimentati nel corso della sviluppo, principalmente come introiezione dei valori professati dai genitori e dagli altri adulti significativi. Anche la mancata realizzazione degli scopi dell’Ideale dell’Io provoca un senso di inadeguatezza, disagio e colpa.<br>E’ ciò che ritroviamo, ad esempio, nei casi gravi di cosiddetta addiction, nei casi cioè di dipendenza dall’alcol e dalle droghe o nei disturbi alimentari e nelle compulsioni sessuali. In questi casi l’attacco al corpo e la degradazione che ne consegue, determinano un senso di indegnità e di vergogna, proprio a causa della svalutazione della propria immagine corporea, immagine corporea che contribuisce in maniera determinante all’immagine complessiva del Sé.<br>Ma ora passiamo ad esaminare un caso che ci consentirà di immergerci ancor più nelle dinamiche della coppia in crisi. Tenterò una spiegazione dal punto di vista clinico, pur sapendo che, avendo sullo sfondo Anna Karenina, la grande arte anticipa e descrive con facilità e fluidità sorprendente quello che noi psicologi ci sforziamo di scoprire lentamente e faticosamente e che descriviamo spesso in modo impreciso e confuso.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Storia di Marco</strong><br>La cosa che più mi colpisce in Marco, quando lo vedo per la prima volta, è il fatto che gli occhi gli si riempiano di lacrime mentre parla, anche se apparentemente non sta toccando argomenti che possano sembrare così dolorosi da giustificare il pianto. Lui sembra non accorgersi della cosa.<br>Ha 31 anni e da 3 mesi è stato lasciato dalla sua ragazza con la quale era insieme da 12 anni e che avrebbe dovuto sposare presto. Avevano già prenotato il ristorante, quasi terminato di arredare la casa, un appartamentino proprio sopra quello dei genitori di lei. Tutto sembrava andare per il meglio, o meglio tutto sembrava che non potesse che andare così, fino al giorno in cui lei gli aveva detto, piangendo, che non era più sicura, che forse stavano facendo uno sbaglio, che dovevano aspettare a sposarsi.<br>Non era certo la prima volta che discutevano, anzi una volta si erano separati per più di 6 mesi, ma questa volta aveva sentito in lei una determinazione nuova, diversa. Mentre lui ancora arrancava tentando di capire cosa fosse successo, mettendo in atto tutte le strategie che in passato avevano risolto le loro crisi, lei gli aveva detto che non dovevano vedersi più. E aveva perseguito con risolutezza la sua decisione, anzi all’inizio non gli aveva risposto più neppure al telefono. Marco non riusciva a capacitarsi di una tale determinazione. Arrivò a pensare che potesse essersi innamorata di un altro. Ma lei lo negava recisamente ed anche gli amici comuni gli confermavano che lei continuava ad essere sola.<br>Da allora è sprofondato nella depressione, non mangia quasi più, è dimagrito di 10 chili, non dorme e ha avuto anche qualche attacco di panico che lo ha portato al pronto soccorso.<br>Vedo quanto la decisione repentina ed inaspettata della sua ragazza lo abbia lasciato sorpreso, sbigottito.<br>Gli chiedo se proprio non aveva notato alcun cambiamento prima della rottura. Nega, ma poi riflette e ammette che qualche mese dopo che lei aveva iniziato a lavorare, alla fine dell’anno precedente, avevano cominciato a discutere più spesso, perché lui le rimproverava una maggiore freddezza ed una minore disponibilità a mettere da parte le sue cose per vedersi e stare insieme. E anche se lei continuava a ripetergli che erano solo sue impressioni, che era stanca per il lavoro, pure lui non si era rassicurato del tutto. In realtà, realizza, quello che allora lo preoccupava era il timore di non rappresentare più la figura più importante della sua vita, come lei gli aveva sempre assicurato e come lui era stato ben felice di credere. La sentiva più autonoma, meno dipendente. Era questo, comprende ora, a renderlo insicuro e dubbioso.<br>Lei sin dall’inizio del loro rapporto era stata estremamente attenta a tutto quanto Marco le diceva. La sua opinione contava molto e lei ne ricercava continuamente l’approvazione. La cosa lo gratificava assai e per la prima volta nella sua vita&nbsp; aveva la sensazione di poter fare completo affidamento su una persona, per la quale sentiva di essere indispensabile.<br>Naturalmente sintetizzo ai fini del racconto quanto emerso nel corso di diversi mesi, e quello che può sembrare il resoconto lineare di un incontro, rappresenta in realtà il condensato di molte sedute.<br>Un’altra cosa che gli viene in mente dopo qualche tempo, e che dice come di passaggio, è che negli ultimi tempi avevano ridotto molto anche i rapporti sessuali, precisando che comunque la sessualità non aveva mai rivestito un ruolo centrale nel loro rapporto.<br>Riflettendo sul significato della loro unione, anche alla luce della diminuzione di questi aspetti passionali, dice che erano molte le cose che gli facevano venire dei dubbi, tanto che a volte si trovava ad invidiare le storie dei suoi amici che gli sembravano piene e frizzanti, mentre la sua la sentiva spesso piatta e stanca. Qualche anno fa, confessa, si era anche preso una mezza cotta per una sua collega (Marco lavora in banca). Ci aveva anche un po’ provato, ma non era successo niente e comunque la cosa non aveva avuto, secondo lui, alcun riflesso nel rapporto con la sua ragazza, che non se ne era accorta. Comunque, la loro storia rappresentava per entrambi un punto fermo che non doveva nè poteva essere messo in discussione, anche se ora gli sembra che forse i progetti per il futuro,&nbsp; reiterati continuamente, servivano proprio a tenere il più lontano possibile i loro dubbi.<br>Mano a mano che si va avanti con le sedute, la sofferenza di Marco tende ad attenuarsi, ora lo spazio dei nostri incontri non è occupato esclusivamente ed ossessivamente da lei e può cominciare ad emergere anche un po’ della sua storia familiare.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La storia familiare</strong><br>Ha un fratello ed una sorella più piccoli. Mentre lui e il fratello vivono ancora con i genitori, la sorella si è sposata molto giovane ed ha già due bambini. I suoi genitori sono entrambi impiegati. In realtà ora il padre è in pensione, mentre la madre continua a lavorare.<br>Non gli hanno mai fatto mancare nulla, ma affettivamente li giudica un po’ immaturi. Racconta che spesso, sin da ragazzo, si era trovato ad assumere il ruolo di chi è più grande della sua età ed a lui venivano fatte delle richieste che non vennero fatte, per esempio, al fratello quando raggiunse la sua stessa età. Inoltre spesso rivestiva un ruolo di supporto nei confronti della madre, che si appellava a lui quando c’erano disarmonie col marito. Gli chiedeva man forte e anche se Marco non entrava nelle loro discussioni, pure sentiva interiormente di essere dalla parte della madre e di provare rancore e rabbia nei confronti del padre.<br>Ora si rende conto che esisteva una sorta di complicità tra loro, a volte usata da entrambi contro il padre. La madre chiedeva a lui dei consigli sul proprio abbigliamento e spesso a pranzo si cucinava quello che lui preferiva. Era molto gratificato dal ruolo che la madre gli riservava, ne era orgoglioso, superbo, anche se confusamente sentiva che avrebbe dovuto contrastare questo stato di cose.<br>Quando lo invito a riflettere sui tratti in comune tra la dipendenza da lui sia della madre che della sua ragazza, rimane molto colpito, dice che non ci aveva mai pensato prima e resta pensieroso ed assorto per molto tempo.<br>Noi che osserviamo Marco dall’esterno probabilmente ci meravigliamo della sua meraviglia, forse tutti avrete notato la somiglianza tra le dinamiche messe in atto con la madre e quelle messe in atto con la sua ragazza. Ma quante volte è capitato, nel corso della vita, riferendoci ai comportamenti di qualcuno che conosciamo pensare:” ma come può non accorgersi di quello che fa?” e notare come possa esistere una grande difficoltà nel rendersi conto dei propri comportamenti, specie se sbagliati. Il motivo di tale apparente stupidità risiede nel fatto che gran parte dei nostri atteggiamenti,&nbsp; comportamenti e convinzioni traggono la loro origine da modelli inconsci.<br>Ciò che agli altri appare evidente e facilmente accessibile è invece, per la persona portatrice di un dato atteggiamento o comportamento, di difficilissima accessibilità perché, salvo casi di malafede, risponde a delle logiche che non sono note.<br>Ecco perché spesso si usa dire che gli altri ci conoscono meglio di quanto noi stessi ci conosciamo (naturalmente non si parla di episodi specifici della vita di ognuno): perché gli altri notano e annotano i nostri comportamenti e anche perché, fatto ancora più importante, l’inconscio comunica, cosicché gli altri possono venire a conoscenza di elementi del nostro inconscio che invece per noi rimangono inaccessibili. La comunicazione inconscia è un fenomeno molto comune e molto utilizzato in psicoterapia, ma è frequente anche nelle relazioni di tutti i giorni.<br>Marco non tornò direttamente sull’argomento della somiglianza degli atteggiamenti di madre e fidanzata, ma evidentemente dentro di lui qualcosa era accaduto, perché dopo un paio di sedute ricordò che da bambino era molto geloso dei suoi fratelli e che per assicurarsi l’amore dei suoi genitori, specialmente della mamma, aveva iniziato a fare dei piccoli lavoretti per lei. Più che altro, dice, le girava attorno per chiederle se poteva esserle utile. Questo lo faceva sentire più tranquillo di continuare a rimanere il preferito, ed esserle vicino gli consentiva anche di vedere quello che accadeva con i fratelli.<br>Cercare di controllare l’andamento affettivo domestico lo costrinse a rimanere più in famiglia, diradando gli incontri con gli amichetti. Quando doveva andare a scuola e qualcuno dei suoi fratelli doveva invece restare a casa perché malato, il pensiero di quello che poteva accadere durante la sua assenza, le attenzioni riservate a qualcun altro senza che lui potesse essere presente, lo riempiva di inquietudine. A volte giunse perfino a fingersi malato quando qualcuno dei suoi fratelli non poteva andare a scuola, ed a volte finse solo per non andare ed essere coccolato. Da quando era iniziata questa gelosia anche il suo rendimento scolastico era peggiorato: le maestre riferivano che spesso era disattento e assente.<br>Marco ricorda che per un lungo periodo di tempo fu preso da questa preoccupazione di garantirsi l’affetto: aveva la paura costante di poter perdere l’amore della madre. Poi la cosa passò, la madre perse quella centralità ossessiva nei suoi pensieri. Si meraviglia di come non avesse mai ripensato prima a questo periodo della sua vita. &nbsp;<br>Sappiamo che la rivalità tra fratelli accompagna l’umanità sin dai suoi albori, la particolarità in cui Marco declinava la sua, la possiamo rintracciare in quella sorta di “lavoro ai fianchi” per cui invece di manifestare aggressivamente la sua gelosia verso i fratelli, preferiva guadagnarsi e assicurarsi l’amore della madre.<br>La sua strategia deve aver avuto successo se la madre gli chiedeva consiglio tanto spesso, se cercava di schierarlo dalla sua parte e se mostrava di tenere molto a lui: insomma era riuscito a rendersi indispensabile, così sperava di riuscire a dominare le sue paure.<br>Corre l’obbligo di notare che quando gli esseri umani hanno bisogno di rendersi indispensabili per qualcun altro è perché, dietro la loro apparente abnegazione, dietro il tentativo di far sentire all’altro che è lui ad aver bisogno, nascondono in realtà un loro negato bisogno di appartenenza e di dipendenza, accompagnato dal timore di non essere degni di essere amati.<br>Cerchiamo di comprendere perché si arriva a questo, partendo dall’inizio, e l’inizio per la psicoanalisi, come si sa, è la primissima infanzia.<br>Anche nel corso del seminario dello scorso anno sulla depressione, parlando dell’infanzia, era stato necessario fare&nbsp; un excursus sul modo in cui si arriva alla soggettivazione. Riprendiamo in parte quel che dissi allora, e ricordiamo che quando si parla di oggetto ci si riferisce sempre ad una persona, mentre per soggettivazione si intende il processo mediante il quale si acquisisce la propria individualità, si diventa cioè una persona completa.<br>&nbsp;<br><strong>La soggettivazione</strong><br>Dunque per tutti esiste nel corso dello sviluppo il vincolarsi della libido, che è la forza vitale che contiene in sé tutti gli impulsi, ad una persona in particolare, che chiamiamo l’oggetto primario e che è chi fornisce le cure, il caregiver come dicono gli Inglesi. Questo oggetto primario in genere è&nbsp; la madre.<br>I rapporti con l’oggetto, nei primi tempi dello sviluppo, sono rapporti essenzialmente narcisistici: non essendoci ancora separazione tra Io e mondo, tra Me e non-Me,&nbsp; il rapporto con l’oggetto esterno, è ancora solo rapporto con il proprio Sé, tanto che la scoperta di ciò che sta al di fuori è il primo atto di individuazione, in quanto il bambino tende a soggettivare se stesso come qualcosa di separato.<br>Nelle normali condizioni di sviluppo arrivare a concepire la madre come un oggetto esterno separato, rappresenta il primo atto verso la soggettivazione, soggettivazione che comporta la perdita del rapporto con l’oggetto come parte del Sé, per riconoscerlo come oggetto staccato, autonomo.<br>Ma se a causa di una mortificazione reale, di una delusione, di una difficoltà di rapporto con questa figura, la relazione viene disturbata, allora essa non evolve naturalmente verso un processo di individuazione e di separazione perché, allo scopo di evitare la perdita dell’oggetto amato, anzi per trattenere ancora l’ oggetto con il quale il legame è diventato labile e insicuro, l’Io stacca la libido ad esso collegata, ma anziché spostarla su un’altra persona la riporta all’interno di se stesso (nota sulla impossibilità di spostare la libido per la costanza dell’oggetto e la mancanza di alternativa come dice Kohut).<br>Di fatto si tratta di abbandonare un oggetto verso il quale il legame è risultato labile per ricreare una situazione narcisistica, una regressione al narcisismo iniziale: l’Io torna ad amare se stesso perché l’oggetto verso cui si era riversato l’amore non si è dimostrato affidabile.<br>Questo ritiro serve a sottrarre dalla dissoluzione l’amore verso l’oggetto, cioè l’Io salva l’amore, visto che non può salvare l’oggetto. Ma questo meccanismo di introiezione rende impossibile un compiuto processo di individuazione e separazione perché se l’oggetto è introiettato, logicamente il distacco dall’oggetto diviene impossibile.<br>Si resta, in altri termini, in una condizione di pre-soggettivazione. La mia semplificazione non deve lasciar intendere che questo sia l’esito di una situazione sporadica, occasionale. Non si può pensare, in altri termini, che se la madre delude una volta, due, dieci, si verificherà il distacco della libido. &nbsp;<br>La mancata soggettivazione è la conseguenza di un tipo di rapporto con l’oggetto che dura nel tempo, che si caratterizza durante tutto il tempo dell’accudimento, così mentre le accresciute&nbsp; capacità fisiologiche conducono all’autonomia fisica, le capacità psicologiche non subiscono la stessa evoluzione verso l’autonomia. &nbsp;<br>Non si raggiunge cioè quello stadio di sviluppo che Winnicott definisce “separatezza”&nbsp; e che&nbsp; consiste nella capacità di essere soli. E’ fondamentale accedere a questa capacità, perché solo se sappiamo essere soli riusciamo a bastarci, a essere autosufficienti, a stare in posizione eretta in maniera autonoma e, cosa che può apparire paradossale ma che è la conseguenza più importante del processo, a non sentirsi soli.<br>Altrimenti nell’incontro con l’Altro, riproporremo sempre modalità di rapporto di tipo fusionale, modalità nelle quali, per sfuggire al senso di precarietà e di solitudine, l’Altro è&nbsp; chiamato a sorreggerci, a vicariarci. In altri termini con l’Altro del futuro,&nbsp; riproporremo la modalità eccessiva e condizionante che caratterizzò il rapporto con l’Altro indispensabile dell’infanzia. La relazione che si creerà, tenderà alla ricerca di un appoggio, quasi di una protesi, che supporti una condizione di manchevolezza e di instabilità che, se non riequilibrata, creerà molta ansia.<br>Questo ha due conseguenze: in primo luogo che la relazione che così si viene a creare è una relazione altamente dipendente, dove ognuno è funzionale al bisogno di stabilità dell’altro; e in secondo luogo, elemento ancora più caratterizzante, che già nel momento della scelta del partner, si sarà inevitabilmente attratti proprio da chi può rivestire il ruolo di cui si ha bisogno. Sono solito ripetere ai pazienti che vivono relazioni di questo tipo che una coppia, per definirsi tale, ha bisogno di essere composta da due unità complete (nel senso di completamente soggettivate), altrimenti ci sarà solo la somma di due parti parziali, magari fortemente e nevroticamente intrecciate, ma non una coppia.<br>Proviamo ora a comprendere le dinamiche relazionali di Marco alla luce di quanto abbiamo detto.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Coazione a ripetere: l’incastro</strong><br>Uno dei meccanismi fondamentali dell’agire umano è l’abitudine. L’abitudine è un fenomenale metodo di risparmio di energia ed un ottimo sistema di rassicurazione. Se utilizzata troppo conduce al fare abitudinario, come di chi ormai pigramente si rifugia in modi appunto rassicurativi e confortanti senza sperimentarsi, senza rischiare più. Ma se non si esagera, l’abitudine risulta in comportamenti e modi di pensare utili ed economici. Collegato all’abitudine, ma inconscio e fondamentale per l’agire psichico, è invece la coazione a ripetere che consiste nel ripetere, appunto, in occasioni diverse, modelli comportamentali che una volta si erano rivelati utili. A differenza dell’abitudine, la coazione a ripetere, come dice il nome, è caratterizzata dalla coercibilità, e poiché il suo esplicarsi è del tutto inconscio, i suoi effetti sono oltremodo efficaci. E’ il meccanismo che è in azione quando ad esempio ci troviamo a reagire per l’ennesima volta ad una qualche situazione proprio nel modo usuale, ed invece ci eravamo ripetutamente ripromessi di non farlo più.<br>Ancora una volta ci si accorge di aver agito in quel modo solo dopo averlo fatto. Ecco, quando accade questo, è merito della coazione a ripetere.<br>Ora se mettiamo insieme quanto detto a proposito degli effetti della carenza di soggettivazione che induce a ricercare relazioni supportive e fusionali, con la spinta alla ripetizione della coazione a ripetere, ci rendiamo conto di quali meccanismi possano aver influito sulle scelte affettive di Marco.<br>Semplificando molto: la scelta della fidanzata è stata fatta seguendo inconsciamente la logica che aveva caratterizzato il suo rapporto con la madre.<br>Freud diceva che in fondo non si fa che sposare e risposare sempre la propria madre (o il proprio padre). E anche se la frase faceva rifermento al desiderio edipico, possiamo utilmente utilizzarla anche qui, aggiungendo che non solo di somiglianze ( o di dissonanze, che è lo stesso) si è trattato, ma della possibilità di mettere in atto anche con la fidanzata le stesse modalità di rassicurazione che aveva utilizzato con la madre.<br>Al tempo stesso, anche la ragazza doveva portare dentro di sé quel tipo di insicurezza che avrebbe potuto placarsi solo con qualcuno che fosse stato disposto a fungere da elemento rassicurante proprio per quegli aspetti particolari. Insomma lei e Marco si sono attratti proprio come i poli opposti di una calamita.<br>Per lui fu quindi facile riuscire a rendersi indispensabile anche con lei: questo era il suo modo per essere sicuro dell’amore dell’altro: se le sono indispensabile non potrò essere lasciato, né alcun altro potrà essermi preferito.<br>Naturalmente tale tipo di ragionamento, se vogliamo chiamarlo così, rimaneva totalmente inconscio. Anche se sul piano cosciente lui era consapevole di quello che faceva, le motivazioni dei suoi atti, determinati dalla coazione a ripetere, gli erano ignoti.<br>Una volta instauratosi, un rapporto del genere ha bisogno però, per sopravvivere, di mantenersi nell’assoluta immobilità, perché qualunque movimento dell’una o dell’altro, provoca una rottura dell’equilibrio che in una persona che non è un intero, e che&nbsp; non ha un equilibrio stabile per conto suo, genera paura e ansietà.<br>Dobbiamo provare a immaginare le due persone come se fossero incastrate così fortemente che un movimento dell’una provoca fastidio e dolore nell’altra, che inevitabilmente oppone resistenza. In teoria il movimento sarebbe possibile, in pratica no. &nbsp;<br>All’inizio però il senso di incastro non si avverte: l’amore, la passione, l’avere accanto una persona che ci sostiene proprio là dove sappiamo di avere i nostri punti deboli, è del tutto sovrapponibile a quanto succede in ogni altra unione.<br>Quello che differenzia è che mentre nelle altre coppie un certo grado di libertà è possibile, nel senso che si può crescere, insieme o autonomamente, senza intaccare alle fondamenta la stabilità del rapporto, in questo non può avvenire.<br>Questa stasi può durare anche molto a lungo, e infatti il rapporto di Marco era durato immutabile per anni. Il motivo principale che impedisce che qualcosa venga messo in discussione è la convinzione di non poter vivere senza l’altro, che non ci sarà mai più nessun altro così.<br>E si può comprendere che più la condizione personale era di instabilità, e quindi l’incontro con l’altro ha procurato un insperato senso di completezza e stabilità, più il rapporto sembra senza alternative. E questo anche se macroscopiche condizioni non vengono più rispettate. Per esempio Marco, raccontando ancora della loro vita sessuale, aveva riferito che nel corso dell’anno precedente avevano fatto l’amore solo due volte.<br>Ma infine uno dei due, per il troppo dolore accumulato per via della scomoda posizione psicologica, per il senso di mancanza di libertà, o perché la rinuncia a parti di sé molto importanti non può essere portata avanti all’infinito, inizia a stancarsi.<br>Comincia a questo punto la ricerca di qualcosa che possa attenuare il senso di disagio, di insoddisfazione; il senso di inquietudine, che a volte può prendere anche la via del disturbo psicologico.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La crisi</strong><br>E’ questo il momento della crisi. Ma date le caratteristiche del rapporto, il senso di ineluttabilità che ha assunto per entrambi, è molto difficile che si comprenda che proprio da esso può dipendere il malessere. Ci si agita confusamente, si accusa il partner di essere troppo o troppo poco presente, disattento o assillante, geloso o disinteressato.<br>Ma intanto uno spiraglio viene lasciato, si è in cerca, nella speranza che qualcosa accada. E a volte qualcosa accade. La vita è maestra nel creare l’imprevedibile, che si insinuerà proprio in quello spiraglio. A volte può presentarsi sotto la forma di un nuovo lavoro, come forse è accaduto con la ragazza di Marco.<br>Possiamo solo provare a immaginare cosa può essere successo in lei andando a lavorare. Forse si è sentita più utile e quindi più sicura? Forse è riuscita a vedere con più obiettività la sua realtà affettiva? Forse ha sentito che un’altra vita per lei poteva essere possibile? Forse tutte queste cose insieme e certo ancora altre, ma di una cosa possiamo essere certi: il suo essere tenacemente abbarbicata, invischiata in quel rapporto era stato alterato. Forse le sarà anche sembrato che le sue insicurezze, le sue “deficienze” tra virgolette, non la rendevano totalmente inadatta a vivere tra gli altri, come se potesse essere accolta solo da Marco, come se potesse trovare rifugio solo in lui, lui che la conosceva meglio e la capiva più di chiunque altro.<br>Di nuovo, se la stasi viene rotta, questo tipo di rapporto entra fatalmente in crisi.<br>Una cosa che vediamo quasi regolarmente in psicoterapia, se la persona in terapia vive un rapporto del tipo di quelli di cui stiamo parlando,&nbsp; è che colei o colui che ha iniziato il percorso psicoterapico, per motivi magari indipendenti dal rapporto affettivo, ad un certo punto comincia a sentire il bisogno di cambiare qualcosa anche nel rapporto, inizia a pressare l’altro.<br>Ed il partner, che è escluso dalle dinamiche della psicoterapia, resiste, si lamenta, rimprovera l’altro di essere cambiato, di non essere più come prima.<br>A volte giunge a contattare il terapeuta chiedendogli spiegazioni: cosa è accaduto al compagno o alla compagna, cosa accadrà ancora? Con l’implicito rimprovero, magari mitigato dall’accondiscendente riconoscimento che il partner è migliorato sotto altri aspetti, che è colpa del terapeuta se ora&nbsp; le cose tra loro non vanno più bene, che è colpa del terapeuta se ora l’altro dice che tra loro qualcosa deve cambiare. E di fatto è anche così.<br>Poiché la terapia deve fare in modo che si realizzi il vero Sé del paziente, allora è necessario che quanto intralcia questa realizzazione venga rivisto. E non si tratta di egoismo, come a volte l’altro membro della coppia può pensare, ma di essere fedeli a se stessi, di incarnare il detto nietzschiano del “diventa ciò che sei”.<br>Ma è inevitabile che, nel momento di cui stiamo parlando, la condizione di disequilibrio che vivono entrambi è grande perché l’uno comincia a sentire il rapporto come una gabbia, mentre l’altro, proprio per via del fatto che avverte i movimenti di disimpasto del partner, sente mancare il terreno sotto i piedi e più l’altro tenta di modificare certe dinamiche, di sganciarsi da quel tipo di incastro, più tenta di opporsi.<br>Per inciso è in queste situazioni che si creano le condizioni di base per il verificarsi degli episodi di stalking e di vere e proprie persecuzioni nei confronti del partner che si è separato. In questi casi chi non voleva la rottura, è convinto che la sua vita non potrà proseguire senza l’altro, è convinto che sia solo per un atto di cattiveria che l’altro lo ha lasciato, lo incolpa di tutte le sue sofferenze. Invischiandosi sempre più in questo meccanismo si può arrivare a punirlo per questa presunta cattiveria magari con la morte.<br>Di recente siamo venuti a conoscenza dell’omicidio-suicidio accaduto a Celano.<br>Si può immaginare che le dinamiche in atto in quella coppia non fossero molto diverse da quelle di cui stiamo parlando. A tanto si può giungere quando non si può vivere con e non si può vivere senza.<br>In questi casi spesso il movente è dato dalla gelosia, e l’uccisione rappresenta sia l’illusione di smettere di soffrire che il tentativo di impedire a qualcun altro&nbsp; di impadronirsi di ciò che si ritiene indissolubilmente proprio. Ma l’orrore dell’atto e il terrore folle di non riuscire a immaginarsi senza l’altro, spalancano sovente anche le porte del suicidio.<br>Perché è proprio in questo rinnovarsi di un terrore senza nome, in questa paura della frammentazione del proprio Sé che l’altro aiutava a mantenere coeso (e la paura della frammentazione del Sé è la paura più grande che un essere umano possa provare),&nbsp; che va ricercato il senso del grande dolore che vediamo quando questi rapporti si interrompono. Perché se da bambini è chi si prende cura, che consente la coesione del Sé, in questo tipo di rapporti, quando l’altro va via e smette di prendersi cura e di essere il contenitore delle angosce, allora, per chi resta, non c&#8217;è verso di sopravvivere in un universo che ridiviene popolato di figure ed emozioni sconosciute e terrificanti, dove si rinnovano i terrori infantili dell’essere soli.<br>L’immagine che mi rimandano le persone quando cose di questo genere accadono, è che loro si sentano come una mela che sia stata divisa a metà.&nbsp; Se prima l’appoggio dell’altro costituiva l’altra metà della mela (di un’unità, ripeto, non di una coppia) come può ora una mezza mela rimanere in piedi? E si comprende allora che più precario era l’equilibrio prima che il rapporto si creasse, più indispensabile era il supporto dell’altro, e più diviene catastrofico il sentimento di perdita, più penoso il terrore di non potercela fare da soli, più tetro il senso profondo di abbandono, che si può giungere agli episodi limite che ogni tanto la cronaca riporta.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Finale</strong><br>Comunque per Marco le sofferenze legate direttamente alla separazione diminuirono abbastanza velocemente. Anzi dopo un po’ di tempo ridivenne interessante per la sua ex per la quale, evidentemente, da un lato le dinamiche che la avevano spinta a quel tipo di scelta erano ancora attive, e dall’altro lato il cambiamento intervenuto nel frattempo in Marco, lo rendeva nuovamente appetibile ai suoi occhi. Si frequentano, e anche se lui nel frattempo ha avuto una breve storia con un’altra ragazza, non hanno ancora deciso se tornare insieme o no.<br>Siamo giunti alla fine, ci rimane però ancora un punto da chiarire: dove possiamo trovare quel tratto comune che unisce le storie di Marco e Anna Karenina?<br>In lui, come abbiamo visto, era attivo quel tratto che lo spingeva a trovare qualcuno che gli permettesse di sconfiggere il senso di solitudine e di inadeguatezza che proveniva dal suo passato, un pungolo che lo costringeva in un rapporto che invece conteneva e ripeteva le dinamiche del passato, che lo rendeva insicuro e ansioso, e che quando è terminato lo ha sprofondato nella disperazione e nella depressione.<br>Tolstoj non ci parla del passato di Anna, ma ci presenta una donna che, quando rinuncia alle convenzioni del tempo lasciando il marito ed innamorandosi di Vronskij, si condanna ad una vita di solitudine, solitudine che solo il rapporto con l’amante tempera. Quando il rapporto entra in crisi, Anna dice “Me l’aspettavo” quasi come se l’amore con Vronskij non fosse riuscito mai a rassicurarla nel profondo e, come ho accennato all’inizio, a fornirle quel senso di felicità piena, per quanto possa essere limitato il tempo della felicità. Il senso cupo della colpa è sempre aleggiato su di lei.<br>Ma il senso di colpa non è solo la risultante del tradimento del coniuge e dell’abbandono del figlio, il senso di colpa è anche e principalmente la conseguenza della mancata realizzazione degli aspetti ideali del proprio Sé, mancata realizzazione della quale il tradimento e l’abbandono del figlio possono essere letti come una conseguenza.<br>Diceva Kohut che “non realizzare gli scopi impliciti nel proprio Sé è tragico”. Il senso di colpa&nbsp; che ne deriva è un pessimo compagno di viaggio. Per sua natura assume la veste del persecutore interno, che, come il pungolo di Marco, incita e svaluta allo stesso tempo, non perdona niente e&nbsp; avvelena profondamente il rapporto con la vita e con gli altri, tanto che si farebbe qualunque cosa per sfuggirgli.<br>Mentre Anna compie il viaggio di rientro a Mosca, quel viaggio di cui ho parlato all’inizio e che è descritto come un delirio, pensa “Non ti permetterò di tormentarmi”. E’ una minaccia che non è&nbsp; rivolta a Vronskij, ma a chi le impone di tormentarsi, a chi le impone di combattere contro un dolore per lei non emendabile. Ha sacrificato la parvenza di sicurezza che aveva raggiunto, ha cercato l’amore, ma sente il dolore del fallimento. Il respiro di Anna è ormai il sussurro di chi vede nella severità verso di sé la risposta a un tradimento percepito come intimo, a un tradimento verso se stessa.<br>Dopo essersi gettata sui binari ha un moto di ripensamento, ma subito il treno l’afferra per la schiena, inesorabile e lei sussurra “Signore, perdonami tutto”.<br>In una favola Esopo racconta di una vespa, che posatasi sulla testa di un serpente, lo tormentava, pungendolo senza tregua. Quello, sconvolto dal dolore, non riuscendo a vendicarsi della sua nemica, cacciò la testa sotto la ruota di un carro e si uccise.<br>Anche Anna e Marco, seppure in modi diversi, hanno tentato di sfuggire alla loro vespa.</p>



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		<title>Riflessioni su femminile e violenza di genere</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Nov 2022 20:44:02 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Il tema di cui ci occuperemo oggi è oggetto di interesse quasi quotidiano. Si può affermare che non passa giorno senza che qualche episodio di cronaca ci riporti di fronte alla realtà di uomini che fanno violenza o uccidono le donne.<br>Il problema della violenza sulle donne è molto vasto e riguarda l’abuso sessuale nelle scuole, le molestie sessuali sul lavoro, gli stupri, le violenze nei campi profughi o gli abusi sessuali come tattica di guerra tanto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2006 ha dato l’avvio alla campagna globale per la prevenzione della violenza sancendo il principio che la violenza contro le donne è, in tutto il mondo, un problema primario di salute pubblica che deve essere prevenuto e curato.</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="717" src="https://www.waltercreatipsicologoavezzano.it/wp-content/uploads/2022/11/mental-health-1024x717.jpg" alt="" class="wp-image-252" srcset="https://www.waltercreatipsicologoavezzano.it/wp-content/uploads/2022/11/mental-health-1024x717.jpg 1024w, https://www.waltercreatipsicologoavezzano.it/wp-content/uploads/2022/11/mental-health-300x210.jpg 300w, https://www.waltercreatipsicologoavezzano.it/wp-content/uploads/2022/11/mental-health-768x538.jpg 768w, https://www.waltercreatipsicologoavezzano.it/wp-content/uploads/2022/11/mental-health-86x60.jpg 86w, https://www.waltercreatipsicologoavezzano.it/wp-content/uploads/2022/11/mental-health.jpg 1400w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
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<p class="wp-block-paragraph">Ciò che appare chiaro in queste forme di violenza è che esse sono la conseguenza di una mentalità di matrice patriarcale che tenta di perpetuare la subordinazione della donne e di annientarne l&#8217;identità, fino a provocarne la morte. Alla base c’è una condizione maschile, o maschilista, fintamente virile, che assume la forma del possesso, della sopraffazione, del concetto di onore tradito e di tutte le forme che, al contrario di quanto sembri, possono assumere le paure dell’uomo di fronte alla donna. Questi atti vengono posti in essere allo scopo di ottenere dalla donna un comportamento che risponda ad aspettative la vorrebbero riconosciuta esclusivamente in funzione del ruolo di madre, moglie, figlia, oggetto sessuale.<br>Il fenomeno non è localistico, visto che si riscontra in tutto il mondo; non è legato sostanzialmente all’età, gli uomini fanno violenza alle donne qualsiasi età abbiano loro e qualsiasi età abbiano le loro vittime, anche nella tarda adolescenza o nella vecchiaia, senza contare gli stupri di gruppo che a volte esitano nell’uccisione della vittima e che vengono compiuti spesso da preadolescenti; né può essere considerato espressione di una particolare cultura, proprio per la sua diffusione planetaria.<br>Per quanto riguarda l’Italia, le cifre riportate nel rapporto Istat del 2007 sono, in questo senso, impressionanti: 6 milioni e settecentomila donne tra i 16 e i 70 anni, almeno una volta nella vita, sono state vittime di violenza. Un numero che è pari al 32% della popolazione femminile, oltre nove milioni di donne. Inoltre solo il 6% delle violenze è opera di sconosciuti, il resto dei maltrattanti sono partner o ex partner e il 93% delle violenze perpetrate dal coniuge o dall’ex non viene denunciato.<br>Dati che allarmano perché una comunità dove la percentuale di violenza è così alta, è una comunità malata. Gente che vive per anni nell’odio, nel disprezzo e nella sofferenza, che litiga tutti i giorni, urla, umilia, ferisce.<br>Oggi ci soffermeremo però su quel 94% di violenze operate dal partner o dall’ex partner, e in particolare sul femminicidio, neologismo che viene usato per indicare tutti quei casi di&nbsp;<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Omicidio" target="_blank" rel="noreferrer noopener">omicidio</a>&nbsp;in cui una donna viene uccisa da un uomo per&nbsp;<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Violenza_di_genere" target="_blank" rel="noreferrer noopener">motivi relativi alla sua identità di genere</a>, quindi sull’assassinio di donne da parte di uomini che hanno avuto o hanno ancora legami strettamente sentimentali con la vittima. Il termine venne coniato nel 1993 a seguito dei fatti accaduti nella città messicana di Ciudad Juarez, città al confine tra Messico e Stati Uniti dove dal 1992 sono scomparse 4500 donne e 650 sono state stuprate, torturate, uccise e poi abbandonate o sotterrate nel deserto.<br>Mentre nei paesi occidentali il numero degli omicidi in generale è in costante declino, l’indice di quello dei femminicidi è in aumento, pur se con delle oscillazioni e delle stagnazioni nei vari anni considerati. In ogni caso nel mondo la prima causa di uccisione delle donne tra i 16 e i 44 anni è l’omicidio da parte di persone conosciute.<br>Spesso nei resoconti giornalistici di questi episodi l’accento viene messo sull’ovvia “colpa” dell’uomo, sul suo desiderio di possesso. Ci si riferisce alle cause sociologiche, culturali, all’accresciuta autonomia e indipendenza delle donne, alla conseguente maggiore fragilità dell’uomo. Ed è evidente che l’aumento del numero delle violenze nel mondo occidentale è in diretta connessione con le conquiste sociali e personali delle donne e con la conseguente accresciuta importanza del loro ruolo nella società.<br>Fattori tutti che hanno la loro rilevanza, considerato inoltre che in Italia abbiamo alle spalle un mondo patriarcale e un codice penale che giudicavano con molta indulgenza, quando non con simpatia, gli uomini che ammazzavano le “loro” donne per “onore”. Ma se è certo che sono gli uomini ad uccidere le donne è anche certo che non tutti lo fanno, pur condividendo tutti lo stesso ambiente sociale e culturale. Deve esserci qualcosa di specifico che accomuna questi uomini nella violenza, che li caratterizza e caratterizza i rapporti con le loro compagne. Qualcosa che è solo loro, che è nella loro storia e nella loro testa. Che li rende capaci, quando si trovano in situazioni da loro giudicate senza via d’uscita, di arrivare ad uccidere anche con una violenza estrema, con una ferocia inspiegabile. A volte rivolgono la violenza anche contro i figli, o uccidono davanti a loro, come se la punizione inflitta alle compagne non bastasse mai, come se la violenza fosse alimentata da una rabbia infinita.<br>Inoltre la maggioranza degli omicidi sono commessi da recidivi, cioè da uomini che non erano al primo episodio di violenza, quindi non si può parlare di episodio sporadico, di raptus.<br>Un altro fatto è soprattutto inquietante: perché spesso gli uomini dopo aver ucciso si uccidono a loro volta? Cosa accade loro che li fa sentire così disperati dopo una separazione o una minaccia di abbandono? Infatti quello che colpisce di più nel femminicidio è proprio che esso è portato a termine quasi regolarmente quando una donna minaccia di lasciare o lascia il compagno. E’ evidente che la gelosia maschile, il senso del possesso dell’oggetto amato, sono molto diversi da quelli femminili: noi uomini intuiamo e temiamo una superiorità, un’autonomia femminile, anche una disposizione al piacere che nessuna presunzione amorosa può del tutto addomesticare. Lo sapevano gli antichi, che avevano ridotto le donne in cattività, relegandole nel ruolo che più accontentava l’uomo.<br>Quando ci si avvicina al tema della violenza domestica, ci si trova di fronte a questa presunta passività femminile, ci si trova di fronte alla domanda: “perché le donne subiscono?”. Perché è noto che spesso gli esiti fatali sono conseguenti ad una lunga serie di violenze che si sono perpetrate per anni, spesso viene raccontato che le donne hanno sopportato, coperto, giustificato (quando addirittura non si sono sentite valorizzate dai segni di violenza sui loro corpi come simboli d’amore). Inevitabilmente se ci si pongono delle domande in questo senso, affiora il rischio di biasimare la vittima, come se cercare di capire significasse colpevolizzare la donna per giustificare l’uomo. Eppure porsi delle domande è obbligatorio se si vuole cercare di intravedere una qualche motivazione che dia una ragione di questa terribile e triste vicenda degli uomini che uccidono le donne: qual è la possibile dinamica che avvince vittima e carnefice? Perché a volte possono delinearsi percorsi così diversi e paralleli che conducono ad un tale senso di estraneità e sofferenza che l’altro se non può essere posseduto, nel senso più lato del termine, deve essere eliminato?<br>Come al solito in psicoanalisi, cominciamo dal principio.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La soggettivazione</strong><br>Dunque per tutti esiste nel corso dello sviluppo il vincolarsi della libido, che è la forza vitale che contiene in sé tutti gli impulsi, ad una persona in particolare, che chiamiamo l’oggetto primario e che è chi fornisce le cure, il caregiver, oggetto primario che in genere è&nbsp; la madre.<br>I rapporti con la madre, nei primi tempi dello sviluppo, sono rapporti essenzialmente narcisistici: non essendoci ancora separazione tra Io e mondo, tra Me e non-Me,&nbsp; il rapporto con l’oggetto esterno, è ancora solo rapporto con il proprio Sé, tanto che la scoperta di ciò che sta al di fuori è il primo atto di individuazione, in quanto il bambino comincia a pensare a se stesso come a qualcosa di separato.<br>Quindi, nelle normali condizioni di sviluppo arrivare a concepire la madre come un oggetto esterno separato, rappresenta il primo atto verso la individuazione, fatto che comporta la perdita del rapporto con l’oggetto come parte del Sé, per riconoscerlo come oggetto staccato, autonomo.&nbsp;<br>Ma se a causa di una mortificazione reale, di una delusione, di una difficoltà di rapporto con questa figura, la relazione viene disturbata, allora essa non evolve naturalmente verso un processo di individuazione e di separazione perché, allo scopo di evitare la perdita dell’oggetto amato, anzi per trattenere ancora l’ oggetto con il quale il legame è diventato labile e insicuro, l’Io stacca la libido ad esso collegata, ma anziché spostarla su un’altra persona la riporta all’interno di se stesso: l’Io torna ad amare se stesso perché l’oggetto verso cui si era riversato l’amore non si è dimostrato affidabile.<br>Questo ritiro serve a sottrarre dalla dissoluzione l’amore verso l’oggetto, cioè l’Io salva l’amore, visto che non può salvare l’oggetto. Ma questo meccanismo di introiezione rende impossibile un compiuto processo di separazione perché se l’oggetto è introiettato, logicamente il distacco dall’oggetto diviene impossibile.&nbsp; Si resta, in altri termini, in una condizione di pre-individuazione, pre-soggettivazione.<br>La mia semplificazione non deve lasciar intendere che questo sia l’esito di una situazione sporadica, occasionale. Non si può pensare, in altri termini, alla delusione di una volta, due, dieci. La mancata soggettivazione è la conseguenza di un tipo di rapporto costante con la madre, che dura per tutto il periodo dell’accudimento, così mentre le accresciute capacità fisiologiche conducono all’autonomia fisica, le capacità psicologiche non si rendono autonome allo stesso modo. Non si raggiunge cioè quello stadio di sviluppo che Winnicott definisce “separatezza”&nbsp; e che consiste nella capacità di essere soli. E’ fondamentale accedere a questa capacità, perché solo se sappiamo essere soli riusciamo a bastarci, a essere autosufficienti, autonomi e, cosa che può apparire paradossale ma che è la conseguenza più importante del processo, a non sentirsi soli.&nbsp;<br>Questa condizione ci si impone come uno stampo. Il futuro della nostra vita affettiva sarà caratterizzato da quanto è accaduto in queste primissime relazioni. Nell’incontro con l’Altro del futuro riproporremo sempre modalità di rapporto di tipo fusionale, modalità nelle quali, per sfuggire al senso di precarietà e di solitudine, l’Altro è&nbsp; incastrato in una dinamica di supporto, di vicariamento alla quale non deve sottrarsi. In altri termini nella nostra vita affettiva da adulti, rivivremo le esperienze emotive che hanno caratterizzato il rapporto con l’Altro indispensabile dell’infanzia. La relazione che si creerà, tenderà alla ricerca di un appoggio, quasi di una protesi, che supporti una condizione di manchevolezza e di instabilità che, se non riequilibrata, creerà ansia e paura di frammentazione interiore.<br>Questo ha due conseguenze: in primo luogo che la relazione che così si viene a creare è una relazione altamente dipendente, dove ognuno è funzionale al bisogno di stabilità dell’altro; e in secondo luogo, elemento ancora più caratterizzante, che già nel momento della scelta del partner, si sarà inevitabilmente attratti proprio da chi può rivestire il ruolo di cui si ha bisogno: un controstampo.<br>Una coppia, per definirsi tale, ha bisogno di essere composta da due unità complete (nel senso di sufficientemente individuate e separate), altrimenti ci sarà solo la somma di due parti parziali, incomplete. Magari fortemente e nevroticamente intrecciate, ma non una coppia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La perversione relazionale</strong><br>Le cose possono però complicarsi ancora di più perché l’oggetto primario può non solo essere incapace di garantire il raggiungimento di una sufficiente autonomia ma, in conseguenza del proprio assetto psicologico, può creare un contesto in cui manca la sintonizzazione affettiva; contesto che determina nel bambino l’impossibilità di regolare l’intensità delle emozioni, in primo luogo la paura, che è l’emozione più potente. Gli scambi precoci col genitore divengono di conseguenza sottilmente ostili, minacciosi, inquietanti e inspiegabili e possono configurarsi come dei veri e propri maltrattamenti che includono trascuratezza, sfruttamento e abuso emotivo. Il fallimento delle strategie di attaccamento è quasi sicuramente il risultato di situazioni traumatiche non elaborate del genitore stesso che come fantasmi di ritorno scatenano la paura in risposta al bisogno di sicurezza del bambino.<br>Così anziché contenere e rassicurare, il genitore può costantemente spaventare e disorientare perché è egli stesso spaventato e disorientato. Come conseguenza il bambino sperimenta la paura come elemento costante, paura che diviene un’esperienza sensoriale dilagante, disorganizzante e in grado di minacciare l’integrità stessa del Sé e che può fissarsi nella memoria relazionale come una minaccia che «è» la relazione con l’altro, che prende il posto della relazione con l’altro. La forma più immediata e primaria dell’esperienza di attaccamento, può legarsi così inestricabilmente all’esperienza della paura e al senso di dolorosa e disorganizzante impotenza che ne deriva, da creare uno stampo relazionale inconscio profondamente radicato.<br>Se la traumaticità relazionale del contesto evolutivo rimane costante, l’esperienza mentale della disorganizzazione può tendere a diventare, in questi bambini, la risposta automatica di fronte a qualunque situazione che attivi il sistema di attaccamento. Ogni situazione di difficoltà o di vulnerabilità, sia fisica o psichica, per la quale sia necessario ricercare il contatto per essere rassicurato, ma al tempo stesso temerlo e sfuggirlo per la paura che ne deriva, ogni situazione di questo tipo può rappresentare un’esperienza di discontrollo mentale spaventosa e insopportabile. E che cosa può fare questo bambino per far sopravvivere la relazione primaria e sopravvivere egli stesso?<br>Deve rimodellare le manifestazioni di attaccamento nei confronti della figura genitoriale, rinunciando alla ricerca di conforto e protezione, in una strategia complessiva basata sul controllo. Deve sostituire la spontaneità della relazione con un’attenzione ed un controllo continui che lo mettano al sicuro, per quanto è possibile, dall’instabilità disorganizzante del genitore: solo in questo modo egli potrà vivere in un universo un minimo attendibile. Questa strategia sembra funzionare come difesa in grado di contrastare l’irrompere della disorganizzazione mentale, permettendo in molti casi anche dei buoni livelli di adattamento. Si realizza però a spese della possibilità di sviluppare una relazionalità autenticamente affettiva.<br>Questa stessa strategia verrà messa in atto ogni qual volta nel corso della vita si ricreeranno situazioni di attaccamento in grado di riattivare i vissuti di paura, di vulnerabilità e nel contempo di ricerca di vicinanza e rassicurazione che hanno caratterizzato le primissime relazioni.<br>Si vengono così a saldare due costellazioni psicologiche: quella dell’incapacità di essere soli, separati, che spinge a ricercare rapporti che siano fortemente intrecciati e stabilizzanti e quella che induce a relazionarsi con l’altro allo scopo di controllarlo. Quando queste dinamiche si sostanziano all’interno di una coppia ci troviamo di fronte a quella che Sandra Filippini ha definito perversione relazionale, una strategia messa in atto da uno dei due partner allo scopo di dominare l’altro, di sottometterlo, di trattarlo quasi come una cosa non umana, tutto pur di rifuggire dalle spaventose esperienze infantili di discontrollo e disorganizzazione.<br>Per perversione si intende una deviazione, una modificazione in senso deteriore, patologico, di un processo psichico, di un sentimento o comportamento. Nel caso di un rapporto si intende il relazionarsi con l’altro non rispettandolo nella sua integrità, ma usandolo per i propri scopi servendosi spesso, per raggiungere tale fine, di una dose di violenza caratterizzata da un’ostilità costante e insidiosa, anche se dall’esterno non appare.<br>Anche nel caso della perversione relazionale, come in quella della mancata soggettivazione, quando un uomo e una donna si incontrano, hanno diverse possibilità.<br>-Ci sono quelli che sono entrambi coinvolti in un legame di coppia perverso. In questo caso entrambi hanno una struttura della personalità che supporta dinamiche relazionali patologiche: tutti e due hanno sperimentato la paura nelle relazioni affettive primarie ed entrambi usano il controllo sull’altro per modellare il rapporto. Come nel caso delle coppie mutuamente sorreggentesi della mancata soggettivazione, l’incastro è forte ed i partner sono impegnati all’interno di un gioco perverso fondato sul desiderio di distruggere progressivamente e sistematicamente l’altro per esistere a sue spese.<br>-Poi ci sono quelli che hanno sbagliato l’incontro. Il tentativo di uscire dal campo da parte di soggetti sani, di troncare una relazione magari nata da pochissimo e che rivela da subito tutte le sue ombre, finisce per stimolare nell’altro, che ha magari effettuato un repentino e massiccio investimento nel legame che nasce dai bisogni primari insoddisfatti che abbiamo visto, proprio quella dimensione di terrore dell’abbandono che è alla base della necessità del controllo. In questo caso, come vedremo, le reazioni dell’uomo si differenziano sostanzialmente da quelle della donna proprio sul versante della violenza. Perché se entrambi sperimentano il terrore dell’abbandono, nell’uomo si attivano in più le basi del desiderio di possesso e del rancore che costituiscono il fondamento dell’atto violento.<br>-Infine ci sono quelle che all’inizio condividono il rapporto perverso ma in seguito vorrebbero cambiare l’equilibrio interno alla coppia e che, se non ci riescono, vogliono andar via. Questa decisione determina spesso una escalation di violenza, messa in atto con ogni mezzo sadico, da parte del compagno che implica talvolta il rischio per la vita della donna. Sono questi i casi di cui si occupa giornalmente la cronaca e anche noi continueremo occupandoci di questi.<br>Il partner per il perverso relazionale deve poter contenere la proiezione dei propri aspetti bisognosi, spaventati, impotenti e disorganizzati e, al tempo stesso, deve avere la capacità di accoglierli e di prendersene cura. Per questo non può agire da solo: ha bisogno di un altro, di qualcuno che entri in specifica, e non generica, relazione con lui.<br>Tali relazioni sono intrinsecamente interattive. Quando un partner perverso incontra la vittima, modellata ad esempio, da esperienze precoci di sottomissione, violenza o trascuratezza, donne che sono già state vittimizzate nel corso della loro esistenza e che tendono a rimettersi in situazioni di rischio, allora si realizza l’ingranamento, l’incastro. Perché il perverso ha bisogno di un altro e di un altro specifico, che possieda le caratteristiche che meglio si adattano alla sua dinamica intrapsichica, ha bisogno del proprio controstampo.<br>Ma all’inizio la relazione con un tale partner può essere molto gratificante. “La persona perversa possiede spesso un talento del tutto speciale nello stimolare, coinvolgere e affascinare l&#8217;altro: finché ha bisogno di entrare in possesso dell’altro, può essere capace di un fascino potente. Potremmo dire che è la faccia premurosa del controllo che prevale in queste prime fasi e che fa sì che il partner si senta molto coinvolto e possa avere la sensazione di vivere il rapporto più importante della sua vita.” (Filippini)<br>“Questo controllo premuroso, che seduce e manipola al tempo stesso, crea quella condizione di permeabilità emotiva che rende possibile l’effrazione psichica: una sorta di colonizzazione, una presa di possesso della mente dell’altro.”(Filippini) Nella relazione il partner è tenuto continuamente sotto scacco attraverso un sistematico sovvertimento della logica e della realtà, per mezzo di una modalità di comunicazione che viene sottilmente manipolata. Il perverso relazionale non comunica, si limita ad alludere; mentre rifiuta ogni autentico scambio, in quanto per lui veicolo di contenuti emotivi pericolosi, dà però l’impressione di sapere. In questo modo disorienta l’interlocutore, che non riesce a reagire. La menzogna, la derisione e il sarcasmo, l’uso di messaggi paradossali tesi a instillare il dubbio anche sulle questioni più banali (ad esempio iniziare una frase dicendo «figuriamoci se ti sei ricordata di questo, figuriamoci se hai fatto questo, ti pareva che, etc.etc.…»), sono le armi che usa per squalificare e soggiogare, per coltivare nell’altro l’idea di essere inaffidabile.<br>Il perverso riesce così a radicare la convinzione che lui solo sa che cosa l’altro veramente vuole, di che cosa ha veramente bisogno.<br>Questa dinamica lentamente e impercettibilmente erode e disorienta il senso critico della vittima. Quando il vero e proprio maltrattamento comincia a manifestarsi, la vittima non è in grado di riconoscerlo. Si perde il proprio punto di vista, e questo significa diventare deboli, incerte, insicure. Significa indebolire la propria identità ed essere indotte a pensare che sia l’altro il detentore della verità. E’ questa l’effrazione psichica e di essa è difficile rendersi conto perché avviene lentamente, a piccole dosi, coperta dalla relazione affettiva.<br>Vediamo come queste dinamiche si manifestano nel caso di Vanessa Scialfa, come ce le racconta Riccardo Iacona:<br><em>“Approfittando del fatto che Vanessa era chinata verso l’armadio dove stava scegliendo il giubbino da indossare, con il cavo del DVD facevo un doppio giro intorno al suo collo e mentre stringevo, l’ho tirata di peso facendola rovinare a pancia in su sul letto con le gambe penzolanti. Continuavo a stringere mentre lei non opponeva alcuna resistenza. Quando mi sono accorto che lei non respirava più ho dato uno strattone al cavo che si è spezzato, poi sono andato in bagno a lavarmi le mani. Tornato e visto che Vanessa emetteva ancora dei rantoli, ho preso un fazzoletto, l’ho imbevuto di candeggina e gliel’ho premuto sulla bocca e sul naso impedendole di respirare. Trascorsi ulteriori cinque minuti ho constatato che non respirava più, il cuore non batteva e le unghie erano diventate lilla”. Solo allora Francesco si è calmato, si è seduto su una sedia e ha pensato al da farsi. Ha fatto una morte orribile Vanessa, la sua agonia è durata decine di minuti, Francesco avrebbe potuto smettere in qualsiasi momento. Ma non l’ha fatto. Cosa ha scatenato una furia omicida così determinata?</em><br><em>La loro storia era cominciata cinque mesi prima. Vanessa, 20 anni, è fidanzata con un ragazzo poco più grande e lavora in un bar. Francesco ha 14 anni più di lei, è separato ed ha un figlio e inizia a fare una corte serrata alla ragazza, usa “paroline di nobiltà”, come racconta il padre, la blandisce, le fa complimenti, molti regali (maglioni, fiori, “ se l’è comprata” dice la madre), è galante, prende le difese di lei quando il ragazzo di Vanessa comincia a manifestare la sua gelosia. Finché Vanessa cede, lascia il suo ragazzo e inizia la storia con quest’uomo più vecchio di lei. Il padre di Vanessa non accetta la cosa. Litigano e lei se ne va di casa e va a vivere con Francesco. A quel punto lui non si accontenta più di andare a trovarla sul lavoro per un pò come faceva prima, ma si piazza lì per ore, la distrae, finché la titolare del bar, dopo averla richiamata tante volte, aver cercato di convincerla a non farlo rimanere tanto, è costretta a licenziarla. Così Francesco, ottenuto il risultato di aver conquistato Vanessa, subito le fa perdere il posto di lavoro. E’ un passaggio importante della storia perché, con la perdita del lavoro, Vanessa esce di scena e nessuno la vede più. A questo punto lei è completamente sola nelle mani di Francesco, ha rotto con la sua famiglia, con il suo ex ragazzo, con la proprietaria del bar, che era anche una sua amica e protettrice e anche le amiche di un tempo di sono allontanate. Dopo la lite in casa, con la madre continua ad avere contatti, ma il padre non la vuole sentire, non la perdona. Durante i 90 giorni della loro convivenza Francesco non la fa più uscire, nessuno la vede più. Se la incontravano era solo sul motorino con lui, sempre con lui. Per tre mesi sulla ragazza cala il silenzio. Si sente colo con la madre, alla quale però non racconta niente di quello che non funziona con lui. D’altra parte l’improvvisa clausura ad alcuni può apparire normale, una sorta di luna di miele. Che litigavano spesso l’hanno raccontato i vicini, si sentivano grida, urla, insulti, colpi. Anche il giorno dell’omicidio i vicini erano dovuti intervenire, avevano bussato alla porta perché dentro l’appartamento si gridava.</em><br><em>Francesco riferisce che la lite era cominciata per motivi di gelosia e dopo lei lo aveva sfidato “vado col primo che incontro”. Questa frase, l’onore offeso, avevano scaricato la sua furia incontenibile. Ma anche il fidanzato che lei aveva lasciato era molto geloso, quasi tutte le sere si nascondeva dietro un muretto vicino al bar e la spiava. Era il destino di Vanessa di incontrare uomini gelosi. Racconta la madre che Francesco era morboso, e forse Vanessa l’aveva capito che non era l’uomo adatto a lei e lo voleva lasciare. Per questo l’ha uccisa.</em><br><em>Una volta i genitori di lei, poco prima che Vanessa lasciasse la casa paterna, lo hanno affrontato, gli hanno chiesto di lasciar perdere la figlia e lui ha negato, ha detto che erano solo amici, che lui era sposato, che era troppo grande per lei, che aveva un figlio. Bugiardo e sfrontato. D’altra parte il padre si era informato: una moglie appena lasciata, un’altra donna con cui aveva avuto un figlio, mai un lavoro stabile, un po’ muratore e un po’ cameriere. Quando vivevano insieme litigavano spesso perché lui non voleva alzarsi per andare a lavorare “alle undici lo chiamavo dal lavoro e spesso lui stava ancora a letto”, aveva raccontato alla madre.</em><br><em>Riccardo Iacona riesce a parlare con l’ex moglie di Francesco. E’ anch’essa giovanissima, ha 24 anni e lui l’aveva lasciata un mese prima di mettersi con Francesca. Dice che ha accettato di parlare perché dopo la morte di Francesca nel giro di poco ha sentito almeno altre dieci storie di donne ammazzate dagli uomini in tutt’Italia, e pensa che sia venuto il momento che le donne conoscano un po’ meglio gli uomini con cui scelgono di avere una storia. Quando parla di lui dice che all’inizio era il ragazzo che tutte volevano: la riempiva di regali, di complimenti, la trattava come una regina. L’unica nota stonata era la gelosia: litigavano sempre. “Era convinto che l’avrei tradito, bastava incontrare una persona, scambiare uno sguardo che incominciava una tempesta che durava giorni e giorni. E pensare che ero innamorata persa, che per stare con lui sono andata contro tutti, contro la mia famiglia, i miei amici. Quando ho letto la storia di Vanessa mi sono resa conto di quanto incredibilmente simili siano le nostre storie, simile il repertorio utilizzato per conquistarci, e quanto tutte e due siamo più piccole di lui infatti la sua paura è sempre stata quella di essere dominato da una donna. “Sono io l’uomo e comando io” mi ripeteva. Era convinto che tutti lo tradivano anche se alla fine l’unico che tradiva era lui. Mi prometteva che sarebbe cambiato, che non l’avrebbe più fatto. Poi ricominciavano gli insulti, le rabbie, gli schiaffi in faccia. Anche se salutavo un amico. Non facevo che piangere dalla mattina alla sera. L’ho fatto per due anni”. Nel momento del bisogno anche lei, come Vanessa, non ha nessuno con cui confidarsi, nessuno che la possa aiutare. Una volta le torce il braccio che si gonfia, pensano che sia rotto. Al pronto soccorso al medico dice che è stato il marito, e lui le dice di lasciarlo, di denunciarlo, di non farsi trattare così. Ma lei continua ad illudersi, a sperare in un cambiamento. E quando la volta successiva con un pugno le rompe il naso, si vergogna di tornare al pronto soccorso, ci mette del ghiaccio, il naso diventa un peperone e le rimane un po’ storto. Quando lei infine gli urla di andarsene, di lasciarla, lui stranamente non reagisce. “Poi ho capito perché, aveva già preso di mira Vanessa. E’ stata la mia fortuna e la sua disgrazia”.</em><br><em>Francesco è ancora seduto vicino al cadavere di Vanessa quando riceve una telefonata della madre di lei, si telefonavano sempre a quell’ora. Le risponde che Vanessa non c’è, è uscita per un colloquio di lavoro. Poi lucidamente si mette all’opera: prende un lenzuolo dall’armadio, ci adagia Vanessa dentro, le ripiega le gambe sul petto per farla entrare nel piccolo portabagagli della sua auto e fa due grossi nodi per bloccarla nella posizione. Mentre sta pulendo le chiazze di sangue riceve un’altra telefonata della madre, ma lui con sangue freddo continua a rassicurarla che presto la figlia tornerà. Poi carica il corpo di Vanessa in macchina, si inoltre lungo la strada che collega Enna a Caltanissetta, si ferma a una piazzola di sosta fingendo di fare pipì e quando non passa nessuno fa scivolare lestamente il corpo oltre il guardrail. Poi arriva fino a Catania per liberarsi del borsone con gli indumenti sporchi di sangue. Quando torna a casa i genitori lo stanno aspettando. Dice che non è ancora tornata, parla di un ex fidanzato. Gli Scialfa si spaventano, corrono da carabinieri. Questi vanno a casa di Francesco, guardano, sembra tutto a posto. Lo interrogano, per 12 ore non crolla. Finché un agente gli si avvicina e gli sussurra “Guarda che Vanessa ce l’ha fatta, è fuori pericolo. Se confessi adesso non ti succederà niente”. Lui allora ha spalancato gli occhi e ha detto “Non è possibile… non può tornare più”.</em><br><em>Quando gli agenti accompagnano il giornalista nel luogo del ritrovamento rimangono a fissare le sterpaglie oltre il guardrail, dove Francesco ha gettato Vanessa come fosse un sacco di spazzatura.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutti abbiamo esperienza di relazioni di coppia particolarmente squilibrate, con una idealizzazione del compagno da parte di donne che non sembrano avere un adeguato investimento narcisistico su di sé. Donne che si sottovalutano e che amano troppo il partner. Che a lui rimangono legate a volte per un malinteso istinto materno che le porta a proteggere e tutelare il compagno, giustificando le sue debolezze anche quando loro stesse ne fanno le spese, a volte anche fisicamente.<br>Da ciò derivano i tentativi di giustificarlo, perdonarlo, convincersi che cambierà, che quanto accade è pur sempre amore. Gli esperti dei centri antiviolenza tendono a ripetere che non bisogna mai accettare neppure il primo schiaffo: accettandolo si manifesta scarsa autostima, si accede a una relazione al ribasso, ci si immola per salvare un’unione che sembra pesi solo su di lei. Se poi il maltrattamento avviene anche davanti agli altri, agli amici, agli estranei e lei lascia fare, non si ribella, loro penseranno che lo meriti e inizieranno a non rispettarla anche loro.<br>La verità è che spesso queste donne non hanno la forza e la capacità di reagire.<br>Molte di loro però non sono del tutto dipendenti da questo tipo di rapporto, che magari le coinvolge in momenti particolari di fragilità della loro vita, le cui conseguenze possono trascinarsi molto a lungo. Poi, magari, grazie a evoluzioni verificatesi nella loro esistenza, come il raggiungimento di una maggiore stabilità professionale ed economica o cambiamenti derivanti da un lavoro sul mondo interno che le ha portate a una maggiore considerazione per sé stesse, sentono ad un certo punto di volere cambiare anche gli equilibri all’interno della coppia e non si prestano più a funzionare solo come fondamento della sicurezza narcisistica dell’altro. Quando non ci riescono possono scegliere di rompere il legame: si rivolgono ad un centro per le donne, cercano aiuto, diventano più capaci di ribellarsi, smettono di sentirsi vittime predestinate o sante redentrici. Costa in ogni caso moltissimo dover ammettere di aver fallito, di aver sposato un violento, un orco, di aver subito per tanto tempo. Ma la maggioranza delle donne che vengono uccise sono proprio quelle che sono state vittime di violenza per più tempo. Certo occorre distinguere, per tornare al primo schiaffo, se esso arriva occasionalmente nel corso di una discussione, come potrebbe accadere anche in frangenti diversi dal rapporto di coppia. Ma quando lo schiaffo “è” l’esito di una strategia, quando risponde al preciso disegno di sottomettere l’altro, allora non rappresenta che l’inizio di una violenza esplicita che può non fermarsi più.<br>Ma esiste un’altra faccia della medaglia: le persone che maltrattano gli altri allo scopo inconscio di utilizzarle per esteriorizzare i propri conflitti tendono a diventare estremamente dipendenti dalle loro vittime. Il carnefice è degradato quanto la vittima, diceva Sartre, e viceversa. E’ un punto fondamentale per capire la forza di un attaccamento perverso. Tale dipendenza è tanto inconsciamente potente quanto consciamente insopportabile, riecheggia fortemente la pericolosa dipendenza infantile e deve essere esteriorizzata violentemente con la conseguente squalificazione del partner, ottenendo una sorta di trionfo che sconfigga almeno momentaneamente il senso di confusione e paura riattualizzato dalla stessa vicinanza affettiva. E questo deve essere ripetuto all’infinito. Perciò la recidiva è il maggiore indicatore di pericolosità. Anche se l’uomo violento smette per un mese, anche se ha giurato davanti ai figli, le sue dinamiche interiori non gli consentono di non tornare a farlo. Se poi le minacce aumentano in ferocia tipo “ti taglio la gola, ti faccio a pezzi” e includono anche la minaccia di suicidio, se comincia a far del male ai figli o a non rispettare i dispositivi di legge (star lontano, non telefonare etc.), allora significa che il limite è stato passato, che sente di non aver più nulla da perdere, e la situazione è talmente pericolosa che può esitare nel femminicidio.<br>In questi casi si assiste ad una vera escalation, più l’uomo si sente in pericolo, più riprendono vita e ingigantiscono dentro di sé i fantasmi disorganizzanti e spaventanti dell’infanzia relativi al bisogno di vicinanza e alla paura di abbandono, più si scatena la cosiddetta violenza “auto-protettiva” in cui l’altro è percepito come un pericolo immediato che deve esser eliminato, senza nessun interesse per tutto quello che può comportare.<br>L’abbandono non può essere tollerato perché riattualizza il terrore senza nome dell’essere soli, insieme alla certezza che non si incontrerà mai più nessuno che abbia quelle caratteristiche personali così rassicuranti. La frase più tipica pronunciata dagli uomini prima di uccidere la loro partner e prima, spesso, di uccidere anche se stessi è proprio “senza di te non posso più vivere”. Con la certezza assoluta che sarà così per sempre, che la vita non avrà più senso alcuno.<br>E’ come se in quei momenti fosse cieco, dimentico di tutto e totalmente disperato.<br>“Gli uomini che uccidono le donne è come se vivessero in un mondo loro, dove sono altri i pericoli, le priorità. Non pensano al futuro, né al loro né a quello dei loro figli. Pensano a come scaricare tutto sulla propria donna, a come annientarla, cancellarla. L’ossessione cancella la realtà, e non sembrano preoccuparsi del cumulo di dolore che generano e che travolge intere famiglie”. (R. Iacona)<br>Solo dopo l’agito violento questi uomini ritrovano la calma, hanno un calo di tensione, come il ripristino di una stabilità interiore, uno strano stato di tranquillità. La calma rappresenta la riuscita distruzione del pericolo di frammentazione e disorganizzazione. E la compagna è stata ancora una volta solo il veicolo dei propri processi proiettivi patologici.<br>Leggiamo ora il caso di Sabrina Blotti:</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Così Sabrina racconta ai carabinieri di Cesena nell’aprile 2012 l’inizio della sua breve storia d’amore con Gaetano Delle Foglie, un uomo più grande, come lei originario di Bari e padre della sua migliore amica Cinzia:” Ho cominciato a frequentarmi con Gaetano alla fine di febbraio 2012, la nostra frequentazione è durata circa un mese. Dopo un mese decido di lasciarlo, di non andare avanti con questa storia e ad Aprile, visto che non avevo cambiato idea, Gaetano torna a Bari, non prima di avermi insultato pesantemente in macchina alla presenza di mio figlio e della figlia di Cinzia. Nonostante i ripetuti tentativi di calmarlo, anche perché c’erano i bambini, non ha sentito ragione e ha continuato a gridarmi troia e puttana”.</em><br><em>Appena arrivato a Bari l’uomo incomincia a tempestare di telefonate Sabrina. “Inizialmente non gli ho mai risposto” continua a dire la donna ai carabinieri.” Credo di averlo fatto solo in tre occasioni, la prima quando mi chiede di andare con lui alle isole Tremiti in vacanza, e quando gli dico che non andrò mi minaccia di morte “Non arrivi al 27 perché ti uccido prima e chiunque ti sta vicino morirà con te. Voglio fare una cosa eclatante, o davanti alla scuola di tuo figlio o davanti all’agenzia dove lavori”. “Gli ho risposto anche nella telefonata del 17 Aprile, Gaetano mi ha ripetuto l’invito ad andare alle Tremiti, e al mio rifiuto ha ripreso a minacciarmi. Nella stessa circostanza mi diceva che si era procurato l’arma con la quale mi avrebbe uccisa. Non mi avrebbe fatto soffrire” ha aggiunto” e poi si sarebbe ucciso pure lui. L’ultima telefonata è di questa mattina. Mi trovavo a casa di sua figlia Cinzia, ha insistito ancora col progetto della vacanza e visto che ero irremovibile mi ha detto “trascorri tranquilla questo ultimi due o tre giorni insieme ai tuoi figli perché saranno gli ultimi. Ho bisogno di sistemare delle cose, poi vengo su”. Con la denuncia Sabrina chiede ai carabinieri di adottare ogni necessario strumento al fine di tutelare lei e i suoi figli.</em><br><em>Sabrina ha 45 anni, è divorziata ed ha due figli: una ragazzina di 14 anni ed un bambino di 6. I rapporti con l’ex marito sono cordiali e rispettosi, collaborano nell’accudimento dei figli e tra loro non ci sono problemi. “E’ stata una separazione consensuale la nostra, dopo quasi vent’anni di matrimonio” dice il marito “l’amore era finito, ma i rapporti erano ottimi sia per quanto riguarda la cura dei bambini che per la stima reciproca, eravamo due persone adulte che si stimavano”. Il marito è un maresciallo dell’aeronautica militare che, dopo la separazione, ha lasciato a Sabrina ed ai figli l’appartamento in cui vivevano ed è andato a vivere in un alloggio nella caserma.</em><br><em>Gaetano ha 15 anni più di lei, la storia non dura molto perché Sabrina si accorge che quest’uomo, che sembra aver investito molto su di lei, è instabile.</em><br><em>La denuncia scatta perché proprio la mattina del 19 aprile Cinzia, l’amica di Sabrina e figlia di Gaetano, riceve una telefonata da una dottoressa di Bari, conoscente della famiglia perché medico curante di Gaetano, che le dice di essere appena tornata dalla caserma dei carabinieri dove ha sporto denuncia contro il padre, perché questi durante la visita medica le ha raccontato tutta la sua storia con Sabrina e le ha anche detto che poiché quest’ultima non vuole acconsentire ad un incontro chiarificatore, sta per partire per Cesena per ammazzarla. Saputo questo Sabrina corre a fare la denuncia. I carabinieri della stazione di Noicottaro in Puglia, dove risiede Gaetano, si recano a casa sua con un mandato di perquisizione per cercare la pistola che lui aveva dichiarato alla dottoressa di possedere: non la trovano, ma ora Gaetano sa che Sabrina lo ha denunciato. I carabinieri di Cesena decidono di fare servizio di sorveglianza, sia pure occasionale, attorno a Sabrina anche perché la stessa stazione dei carabinieri di Noicottaro comunica ai carabinieri di Cesena che due giorni prima il figlio maschio di Gaetano aveva richiesto l’intervento di una pattuglia perché il padre sotto casa stava minacciando lui e la moglie con un coltello. Le denunce sono tante, ma nessuno mette sotto sorveglianza Gaetano che parte e arriva a Cesena la mattina del 31 maggio, incontra Sabrina, che ha appena accompagnato il bambino a scuola, proprio sotto la casa della figlia, le urla che non può vivere senza di lei, e mentre la donna si gira per scappare, la uccide con due colpi di pistola. Poi fugge in macchina e si rifugia dentro il duomo di Cervia. Nel duomo arrivano poliziotti, negoziatori, psicologi. Riescono ad avvicinarsi fino a pochi metri da lui, ma non possono sopraffarlo, lui ha sempre in pugno la pistola e ogni tanto la punta contro i carabinieri. Dice che si sente ingannato da Sabrina perché lui voleva ricostruirsi una vita con lei, che aveva fatto dei progetti, che era vedovo da parecchi anni. I carabinieri continuano a fargli domande, cercano di farlo parlare. La cosa va avanti per circa quattro ore, sanno che Gaetano è stanco, ha guidato per tutta la notte e non ha dormito neanche la sera precedente perché è stato a cena con degli amici a Bari. Sperano che crolli ed infatti per qualche minuto Gaetano sta zitto, non risponde alle domande, si gira di spalle ai carabinieri e posa la pistola sull’altare. Tutti pensano che stia per consegnarsi, ma in un attimo riafferra la pistola e si spara al petto.</em><br><em>Era un omicidio-suicidio annunciato quello di Gaetano, eppure sembra che in casi come questo, forse anche a causa delle ristrettezze della legge che non consente di intervenire se non quando il reato si è consumato, non ci sia nulla che possa impedire agli eventi di avverarsi così come minacciato, come se possedessero una forza inarrestabile, quasi come un destino inevitabile.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">In conclusione. Ho delineato due scenari possibili, che possono coesistere e nel caso della violenza coesistono sempre. In quello dell’insufficiente soggettivazione la ricerca dell’altro è condizione per trovare il proprio completamento. Queste coppie possono durare molto a lungo perché si sorreggono a vicenda e per questo le separazioni sono difficili, anche se il rapporto che ne deriva è privo di libertà e di possibilità di crescita perché ricalca coattivamente le dinamiche non soggettivanti dell’infanzia. In questo primo caso la partecipazione alla stabilità della coppia di uomo donna è equamente distribuita, modalità di attaccamento e incapacità di separarsi sono condivise pienamente e solo il desiderio di liberarsi da un legame ferreo può determinare un cambiamento. Il secondo scenario, quello della perversione relazionale basata sul controllo dell’altro in cui la violenza è inevitabile e che è più strettamente legato all’universo maschile, lo troviamo sempre saldato al primo. In questo caso la vittima è costretta a subire violenze e umiliazioni. Quando si ribella, dopo un tempo più o meno lungo e decide di lasciare, l’abbandono può provocare nell’uomo le reazioni che abbiamo visto. In entrambi i casi viene rispettata la regola dello stampo e del controstampo, altrimenti le relazioni verrebbero interrotte subito.<br>L’anno scorso un programma di Radio tre ha intervistato alcuni uomini che avevano fatto violenza alle donne. Ha detto uno di loro: “Per l’uomo è difficile rimettersi in discussione. All’inizio non capisce perché lei se n’è andata, perché la violenza è come una scala, sali un gradino per volta, non ti accorgi di dove sei arrivato. Anche perché la violenza ti dà l’illusione del potere, e invece è solo fare del male a se stessi e agli altri. E a volte può succedere che ti si spegne la luce e dopo la prima coltellata ne dai altre trenta. Oggi penso che quando l’uomo diventa aggressivo nei confronti della propria compagna ha dentro di sé paura, una grande paura. Io avevo paura di rimanere solo.”<br>Nel film “Crimini e misfatti” del 1989 Woody Allen fa dire a Louis Levi, personaggio-filosofo scampato all’Olocausto che alcuni hanno identificato con Primo Levi, una frase che mi sembra possa compendiare quanto detto oggi: “Quando ci innamoriamo si ha uno stranissimo paradosso per cui stiamo tentando il ritrovamento di tutte o di alcune delle persone a cui eravamo attaccati da bambini e, per altro verso, chiediamo alla persona amata di correggere ognuno di quei torti che quegli originari genitori o fratelli ci hanno inflitto nella verde età, cosicché l’amore tiene in sé la contraddizione di un tentativo di tornare al passato e di un tentativo di annullare il passato”.</p>



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		<title>La depressione</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Nov 2022 20:34:11 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.waltercreatipsicologoavezzano.it/2022/11/11/la-depressione/">La depressione</a> proviene da <a href="https://www.waltercreatipsicologoavezzano.it"></a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Anna chiede un colloquio perché da quando il suo ragazzo l’ha lasciata, tre mesi prima, non riesce a riprendersi.<br>Quando la incontro per la prima volta mi trovo davanti una ragazza che dimostra più dei 24&nbsp; anni che dice di avere. Ha un aspetto spento, ingrigito e afferma di essersi vestita solo per venire all’appuntamento perché quando non è al lavoro sta sempre in pigiama.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="717" src="https://www.waltercreatipsicologoavezzano.it/wp-content/uploads/2022/11/mental-health-1-1024x717.jpg" alt="" class="wp-image-255" srcset="https://www.waltercreatipsicologoavezzano.it/wp-content/uploads/2022/11/mental-health-1-1024x717.jpg 1024w, https://www.waltercreatipsicologoavezzano.it/wp-content/uploads/2022/11/mental-health-1-300x210.jpg 300w, https://www.waltercreatipsicologoavezzano.it/wp-content/uploads/2022/11/mental-health-1-768x538.jpg 768w, https://www.waltercreatipsicologoavezzano.it/wp-content/uploads/2022/11/mental-health-1-86x60.jpg 86w, https://www.waltercreatipsicologoavezzano.it/wp-content/uploads/2022/11/mental-health-1.jpg 1400w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">nizia subito a raccontarmi come sono andate le cose con l’ex ragazzo. Fidanzati da sei anni era stata sempre lei a trainare la coppia: lui le lasciava decidere tutto, dalle serate alle vacanze. Brava nello studio, si era diplomata ed era andata subito a lavorare da un amico del padre. Lui invece era in ritardo con l’Università, lei lo spronava, a volte decideva per lui come organizzare le ore di studio, lo aiutava a ripetere per costringerlo a stare di più sui libri. Nell’ultimo anno lui aveva ricominciato a restare qualche giorno a Roma per seguire delle lezioni, approfittando del letto libero nella camera di un suo amico, anche lui ancora all’Università.<br>Ed era durante queste “gite”, riferisce in tono sprezzante, che aveva conosciuto “lei”. Glielo aveva confessato piangendo, dicendole che Anna rimaneva la donna più importante della sua vita, ma che pensava anche all’altra.<br>Anna aveva sentito il mondo caderle addosso: si sentiva ancora più tradita di quanto il tradimento già non lasciasse intendere. Era come se questo non potesse succedere a lei. Descrive una scena molto melodrammatica: lui continuava ad abbracciarla, a ripetere di volerle bene, a muoverla e a stringerla come fosse una marionetta, mentre lei si sentiva senza forze e non riusciva a pensare.<br>Tornò a casa e si mise a letto per tutto il giorno, telefonandogli però continuamente per chiedere come e perché era successo, cosa provava per l’altra, da quanto durava. Continuò a richiamarlo anche nei giorni seguenti, ripetendogli&nbsp; sempre le stesse cose.<br>Provarono a rimanere insieme ancora per qualche tempo, ma era impossibile, anche perché lui non le assicurava che avrebbe rinunciato all’altra.<br>Dopo tre mesi continua ancora a telefonare e a rimproverarlo, a chiamarlo traditore e vigliacco, facendogli pesare tutto il suo malessere. La chiama spesso anche lui, vuol sapere come sta, le dice che è pentito, dispiaciuto. Lei si rende conto che è vero, ma la rabbia non l’abbandona. Ha sempre loro due davanti agli occhi: li immagina che parlano, passeggiano, fanno delle cose insieme. Non può sopportare l’idea che loro stiano bene e lei male. Vorrebbe che lui non chiamasse più, ogni volta le rinnova la sconfitta. Mentre lei vorrebbe trovare a sua volta il modo di ferirlo, di umiliarlo come sente di essere stata umiliata.<br>Afferma di pensare a lui molto più ora di quando stavano insieme e ciò ci dà modo di introdurre un argomento che tratteremo ampiamente in seguito: nelle situazioni come quella di Anna si soffre non tanto per la mancanza dell’oggetto (ricordando che in psicoanalisi per oggetto si intende sempre un&#8217; altra persona, l’Altro), quanto per&nbsp; l’eccesso di presenza dell’oggetto. “L’ombra dell’oggetto è cadu-ta sul soggetto” dirà Freud con una frase divenuta celebre nel mondo della psicoanalisi.<br>Anche il resto va male: al lavoro dice di recarsi con sempre maggiore difficoltà, alzarsi la mattina rappresenta una vera lotta e tutto il tempo libero lo trascorre distesa sul letto a fissare il soffitto “struggendosi di pianti”. Amici non ne ha mai avuti molti, ma ora in ogni caso non vede più nessuno.<br>Vive con i genitori e con un fratello più piccolo. E anche con i familiari, specialmente con la madre,&nbsp; i rapporti sono peggiorati: loro non sopportano più di vederla sempre così, la spronano a reagire, a metterci un po’ di buona volontà, ad uscire; se la prendono con l’ex fidanzato che l’ha “rovinata”, con quell’altra, quella la, rendendole le cose ancora più difficili. Lei, a sua volta, comprende di comportarsi male con loro: sempre nervosa, aggredisce per ogni sciocchezza, ce l’ha con tutti e si lamenta che nessuno la capisce. Non sa perché, ma con loro si sente molto arrabbiata.<br>La sua vita e lei stessa le sembrano senza alcun valore, non ha più interessi e di niente le importa, crede che nessuno sia in grado di aiutarla.&nbsp; A volte pensa che il suicidio possa rappresentare l’unica soluzione.<br>Si è rivolta ad uno psichiatra e prende dei farmaci che le fanno sentire meno angoscia, ma non cam-biano il suo stato d’animo.<br>E’ diventata anche insonne e il non dormire acuisce il suo senso di stanchezza e la difficoltà ad alzarsi al mattino. Inoltre è dimagrita parecchio perché non prova più appetito, non ha proprio voglia di mangiare.<br>Parla con fluidità, ma con tono basso e monocorde,&nbsp; la mimica e l’espressività risultano impoveriti, solo quando parla di lui e di lei si accende, diventa rossa, alza il tono di voce e si agita tutta. Tutti le dicono che non sorride più e che è diventata acida.<br>Sa di essere depressa, si è informata su Internet, si è iscritta anche ad un forum ma si sente ancora più confusa. Mi chiede se potrà guarire, se ho già visto persone gravi come lei, se loro sono guarite.<br>Che Anna soffra di depressione, credo che sia chiaro non solo a lei ma a tutti noi.<br>&nbsp;<br><strong>Indagini e definizioni</strong><br>Nel Febbraio 2010 l’Osservatorio Nazionale sulla Salute per la Donna ha pubblicato una indagine da cui risulta che in Italia la depressione colpisce sei donne su dieci, ma soprattutto che tra queste il 50% crede che la depressione sia incurabile e ne ha più paura del tumore al seno. Dall’indagine emerge che le donne sono abbastanza informate su manifestazioni e campanelli di allarme, ma non hanno fiducia nelle cure, non credono che siano efficaci e all’altezza della malattia. Soprattutto non hanno fiducia nei farmaci: ritengono che abbiano effetti limitati nel tempo e che non risolvano le cause principali della depressione.<br>Ansia e depressione sono ampiamente diffusi nella popolazione e comportano costi elevatissimi per la società. Sulle casse del Paese hanno lo stesso peso del cancro o delle patologie cardiovascolari, pur non ricevendo la stessa attenzione a livello di ricerca e di informazione. Anche le aziende paga-no un prezzo: il 23% delle assenze dal lavoro è causato dalla depressione.&nbsp; Ma ora vi fornirò un dato che sembra incredibile. Sapete quanto è il totale in Europa della spesa per la mancata salute mentale? La cifra enorme di 436 miliardi di euro. Ed è una cifra che risulta dalla Risoluzione approvata dalla Commissione Salute del Parlamento Europeo nel Febbraio 2009. In Europa una persona su quattro soffre di problemi di salute mentale almeno una volta nella vita, mentre molte di più ne subiscono gli effetti indiretti. Il costo finanziario della cattiva salute mentale è stimato tra il 3% e il 4% del PIL degli Stati membri, ossia un totale di 436 miliardi di euro legato in primo luogo all’assenza dal lavoro, all’incapacità di lavorare e al pensionamento anticipato. Approvando la rela-zione&nbsp; il Parlamento definisce la ricerca della salute mentale una “ priorità d’azione fondamentale.”<br>Il dato si riferisce ad una popolazione di 83 milioni di persone, pari al 27% di tutta la popolazione UE&nbsp; e tra questi la depressione riguarda 19 milioni di persone. &nbsp;<br>Ma cos’è la depressione?<br>Il concetto di depressione è antico di almeno 2500 anni ed ha subito nel tempo importanti cambiamenti dettati in larga misura da elementi storici e da influenze culturali. Bisogna però attendere i primi decenni del ‘900 perché si sviluppino strumenti utili in funzione sia diagnostica che terapeutica.<br>In particolare il punto di vista psichiatrico si è ulteriormente evoluto a partire dai primi anni ’70. Fino ad allora prevaleva l’idea secondo cui lo studio della depressione avesse in definitiva chiarito quasi tutti i dubbi che la riguardavano. Essa veniva infatti sostanzialmente esaminata o dal versante della cosiddetta psicosi maniaco-depressiva, secondo la definizione che ne aveva dato lo psichiatra tedesco Emil Kraepelin all’inizio del secolo, o dal versante del quadro sintomatologico fornito dalla cosiddetta depressione endogena, caratterizzata da un decorso tipicamente ricorrente con completa restitutio ad integrum nei periodi intercritici, e dalla presenza di alcuni segni tipici come il peggioramento mattutino, l’insonnia, l’inappetenza, l’umore depresso (alcuni dei sintomi di cui si lamentava Anna). Da questi due versanti la depressione poteva essere esaminata in base a dei criteri abbastanza unitari e definiti e sembrava un campo utile solo per la ricerca biologica e psicofarmacologica.<br>Oggi questo non è più vero, il pensiero psichiatrico e psicopatologico ha subìto un’evoluzione verso la frammentazione del concetto di depressione: rimane un concetto unitario a livello sintomatolo-gico, nella definizione clinica, ma non lo è più a livello di interpretazione delle cause e di proposte terapeutiche. Già l’introduzione da parte del DSM-III-R del concetto di depressione maggiore che ha sostituito quello desueto di depressione endogena o primaria, ha fornito un importante strumento di discriminazione diagnostica. In questo modo è stato introdotto un criterio quantitativo e più dinamico in luogo di una qualitativo: la depressione maggiore si distingue da quella minore per avere uno spettro sintomatologico più ampio. Cioè i sintomi sono di più nella depressione maggiore, ma non sono necessariamente più gravi.<br>( Il DSM è il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Fu redatto dall’APA nel 1952 nella sua prima versione, poi è stato universalmente adottato. Si è giunti alla versione IV, la versione V è attesa per il 2012). &nbsp;<br>Inoltre la frequente comorbilità con l’alcolismo, l’abuso di sostanze, il disturbo ossessivo compulsivo, il disturbo da attacchi di panico e di agorafobia, la nevrosi d’ansia e le nevrosi fobiche ha ampliato moltissimo il campo di interesse della depressione, tanto da essere giunta a rappresentare quasi una condizione esistenziale, condizione che si nota anche nel linguaggio comune: oggi si dice “sono depresso” per esprimere qualunque emozione che vada dalla tristezza all’irritabilità. Il “sono depresso” ha sostituito il “sono esaurito” di qualche tempo fa.<br>Ma, oltre a quelli elencati più sopra, un quadro sintomatologico particolare si è venuto ad impossessare prepotentemente della depressione, quando però la depressione non viene riconosciuta come disturbo psicologico, quando è mascherata: sto parlando del grande capitolo delle malattie psicosomatiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il disturbo psicosomatico e dell’umore</strong><br>Certamente la depressione è un affetto che con intensità variabile accompagna le malattie somatiche. Molto spesso la perdita della salute è seguita da sentimenti&nbsp; depressivi. Ma quando parliamo di malattia psicosomatica poniamo l’accento proprio sull’aspetto psicologico del disturbo, a significarne la caratteristica di causalità primaria. Molti pazienti infatti, pur avendo disturbi di origine psicologica, quando entrano in contatto con la medicina generale non possiedono altro linguaggio che quello del corpo per esprimere il loro disagio. Il medico non specialista in psicopatologia, preparato ad intervenire sul corpo, individua con difficoltà, o non individua affatto, la patologia psichica che sottende queste situazioni. Il corpo è d’altronde il mezzo più elementare con cui l’individuo si pone in relazione con l’ambiente ed è proprio utilizzando questo veicolo che le emozioni inviano i loro messaggi secondo un codice mascherato: è una specie di “linguaggio del corpo”, una delle modalità che i conflitti intrapsichici utilizzano per esprimere lo stato di allarme e di tensione che viene ad accumularsi e che non si esprime direttamente con sintomi psicopatologici.<br>Soprattutto in età infantile è evidente una espressività non immediata dei sintomi psichici ed una invece concomitante manifestazione di disturbi somatici ad esprimere, col vomito, il pianto, la stitichezza, l’insonnia etc., i sottostanti stati di tensione psichica.<br>Le ricerche epidemiologiche sono concordi nel sostenere l’elevata incidenza di disturbi somatici che mascherano una sintomatologia psichica e che vengono osservati negli ambulatori dei medici generici e nei reparti di medicina e chirurgia generale. Si ritiene che più del 50% , ripeto, più del 50% di tali pazienti presentino al medico un sintomo fisico che ne copre uno psichico. Il malato depresso giunge all’osservazione dello psichiatra o dello psicologo con dei lunghi ritardi, a volte di anni, a volte non giunge mai, restando in contatto con il medico generico che lo tratta in modo improprio.<br>Nel frattempo viene attuata una lunga serie di esami di laboratorio all’inseguimento, di una malattia che non c’è, che muta continuamente di espressività, a malapena etichettata con diagnosi incerte: insufficienza epatica, artrosi, colite, disturbi cardiaci, carenze di minerali vari e così via. Frequentemente avviene che il medico, assillato dal paziente che non guarisce, lo indirizza in ambiente ospedaliero e qui si attua la seconda serie di interventi errati, inutili e costosi: ripetizione di esami di laboratorio superflui, terapie farmacologiche inefficaci e spesso dannose, non di rado anche interventi chirurgici inutili.<br>Sarebbe molto importante conoscere e diagnosticare questa modalità di espressione della depres-sione attraverso il soma, perché è nel suo precoce riconoscimento e nel suo adeguato trattamento che si trova la possibilità di una soluzione. In primo luogo perché il paziente continua ad essere malato, soffre, è sempre più scoraggiato e tende a deprimersi ancora di più aggravando ulterior-mente un quadro già compromesso, e poi perché il persistere ed il cronicizzarsi di uno stimolo psicogeno non riconosciuto, giunge a far ammalare veramente l’organo o gli organi bersaglio determinando&nbsp; una vera e propria malattia organica. Infine perché, fatto non certo di secondaria importanza considerato la stato di precarietà economica della sanità pubblica, il paziente psico-somatico è estremamente costoso per la comunità: il suo rincorrere incessantemente la presenza di una malattia che giustifichi la sua sofferenza lo induce, certamente con la complicità del medico, a far ricorso a tutti i mezzi diagnostici disponibili pur di ottenere una risposta.<br>Quando invece la depressione rompe gli argini e si presenta come elemento primario, pur se il quadro sintomatologico può mostrare ugualmente in sovrappiù alcuni o molti dei disturbi elencati sopra, allora essa manifesta&nbsp; un aspetto che è tipico della depressione, che la caratterizza inequivo-cabilmente&nbsp; e che non riscontriamo in nessun’altra sindrome in questa maniera. Esso va ricercato nella tonalità affettiva del depresso, nel blocco dello stato d’animo in una condizione di immobilità, di incapacità a rispondere emotivamente al succedersi degli eventi. E’ caratteristica l’intangibilità dell’umore depresso da parte degli accadimenti esterni. L’esame di realtà è condizionato unica-mente dallo stato d’animo: gli eventi ed episodi della vita reale non influenzano più l’umore, che continua invece nella sua immobilità a modulare con inflessibile monotonia l’esame della realtà.<br>Infatti la depressione è innanzitutto un disturbo dell’umore, intendendo con il termine disturbo dell’umore le patologie e i sintomi che consistono in alterazioni o anomalie del tono dell’umore, tali da causare alla persona problemi o disagio marcato. Il concetto di tono dell’umore indica il correlato emotivo di fondo della nostra attività mentale. Ogni persona ha un proprio tono dell&#8217;umore, che può essere considerato caratteristico del soggetto, e che è il risultato sia della propria dotazione biologica che della propria storia evolutiva.<br>L’aspetto spento e ingrigito di Anna, il suo sentirsi senza valore, e ancor di più la maniera testarda con cui continua a tormentarsi e a tormentare il suo ex ragazzo testimoniano sia del suo umore depresso che della sua incapacità di tornare ad un esame di realtà adeguato.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La storia familiare</strong><br>Ed infatti trascorsero molte e molte sedute nel resoconto puntuale e ossessivo di tutti i pensieri relativi a “lui”. Poi&nbsp; a poco a poco Anna cominciò a lasciare qualche spazio per parlare di altro. Iniziò così ad emergere al centro del suo universo affettivo la figura della nonna materna. Vissuta con loro da quando Anna era molto piccola: li aveva raggiunti dal loro paese di origine nel Meridione a seguito della morte del nonno materno, poiché la madre di Anna era figlia unica. Questa nonna era morta circa tre anni prima.<br>Il padre di Anna aveva conosciuto la madre durante una vacanza con degli amici e la loro amicizia aveva potuto continuare e trasformarsi perché la madre di Anna frequentava l’Università a Roma, risiedendo presso una sorella del padre. Si erano fidanzati e avevano deciso di sposarsi prima che la madre terminasse l’Università perché nel frattempo era rimasta incinta di Anna. Il padre, più grande di qualche anno della moglie, aveva già iniziato a lavorare nel ristorante di famiglia e dopo il parto la madre invece di riprendere gli studi, cominciò a lavorare lì anche lei.<br>Risale ad allora la presenza, dapprima saltuaria, della nonna che lasciava per brevi periodi il nonno per dare una mano alla figlia nei momenti in cui questa non riusciva a star dietro al lavoro e alla bambina. Poi, quando Anna aveva sei anni, il nonno morì e la nonna si trasferì in pianta stabile da loro. Dopo qualche tempo la madre rimase incinta del fratellino.<br>Anna trascorreva la maggior parte del tempo&nbsp; con la nonna, era lei che la portava a scuola e la andava a riprendere, che le preparava i pasti e le controllava la cartella, che andava a parlare con le maestre e che conosceva tutte le sue amichette. La madre la vedeva quasi solo al pomeriggio, quando aveva qualche ora libera dal lavoro, ma era molto stanca e le poche energie le dedicava al fratello piccolo. Anche la nonna naturalmente si occupava di lui, ma, dice Anna, il rapporto con lei era diverso, tra loro esisteva qualcosa di speciale.<br>Alla nonna raccontò i primi turbamenti amorosi, lei la rassicurò quando ebbe le prime mestruazioni e la consolò quando le amiche la facevano soffrire o quando terminò il primo rapporto affettivo.<br>In un contesto affettivo così dominato dalla figura della nonna lo spazio per gli altri membri della famiglia era per forze di cose limitato, ma il quadro che emergeva era in ogni caso quello di una famiglia abbastanza serena, che col lavoro duro riusciva a darsi un certo benessere economico, che si consentiva e consentiva ai figli molte cose materiali, quasi con il tacito accordo di tutti di compensare in questo modo sia l’impegno lavorativo che le carenze affettive e di presenza che esso imponeva. Anna ricorda sempre con piacere i momenti in cui erano tutti insieme, la settimana di vacanza al mare che si concedevano tutte le estati, la pizza fissa del mercoledì sera, quando il ristorante aveva il giorno di chiusura.<br>Dopo la maturità Anna si rifiutò ostinatamente di proseguire gli studi. Quella volta neppure la&nbsp; nonna poté spuntarla, decise di andare a lavorare e il padre si rassegnò a raccomandarla ad un suo amico che aveva uno studio di commercialista. &nbsp;<br>Intanto si era fidanzata. Lui era un po’ più grande e quando Anna frequentava l’ultimo anno delle superiori,&nbsp; era già all’Università. All’inizio fu proprio un grande amore, racconta, lui era dolcissimo e in ogni momento libero stavano insieme. Il primo screzio vero lo ebbero quando si rifiutò di pro-seguire gli studi. Si era diplomata brillantemente e anche lui, come tutti, non riusciva a capacitarsi del suo rifiuto. Anna, del resto, non è che giustificasse molto la sua scelta, diceva che era stanca di studiare, che non voleva continuare e che voleva lavorare. Fu decisa e caparbia e la spuntò. &nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Morte della nonna e lutto anestetico</strong><br>Un paio di anni dopo che aveva iniziato a lavorare la nonna si ammalò. Da subito ci si rese conto che non c’erano speranze: un cancro allo stomaco le consentì solo altri sei mesi di vita. Durante tutta la malattia Anna fu sempre estremamente attenta ai bisogni della nonna, le fu molto vicina, ma le sembrava che la cosa non potesse essere così grave.<br>Quando la nonna morì lei non la lasciò un solo istante fino alla tumulazione,&nbsp; non parlò con nessuno ed era come assente. Ricorda che non sapeva bene cosa provava, non riusciva a realizzare davvero che la nonna fosse morta, si meravigliava però di non essere riuscita a piangere.<br>Tornò presto al lavoro, ma all’inizio fu dura, passava ore a non far niente, non riusciva a concen-trarsi. La socievolezza che l’aveva sempre caratterizzata era come scomparsa, non parlava quasi più con i colleghi ed è convinta che se il titolare non fosse stato così buon amico del padre forse anche il posto di lavoro sarebbe stato a rischio. Il ragazzo le fu molto vicino ma neppure lui riusciva a mutare il suo stato d’animo, a rasserenarla un po’. Poi a poco a poco le cose cambiarono fino a che per certi aspetti tutto sembrò normalizzarsi, ma lei disse che non si sentiva quella di prima. Era come se un velo spesso fosse calato tra sé&nbsp; le cose e le persone. Tutti i rapporti affettivi, specialmente il rapporto con il fidanzato, erano divenuti meno intensi e gratificanti. &nbsp;<br>Il quadro che ho descritto in maniera da sembrare il resoconto solo di qualche seduta, si è delineato in realtà in questo modo dopo circa un anno di terapia con incontri due volte la settimana.&nbsp; All’inizio emergeva qualcosa solo quando il rancore e la rabbia verso l’ex ragazzo lasciavano un po’ di spazio: qualche minuto alla fine delle sedute, un accenno su qualche episodio particolarmente significativo. In seguito il racconto, pur se narrato sempre in maniera abbastanza frammentaria, cominciò ad assumere&nbsp; una sua coerenza.<br>La storia di Anna fino a questo momento mostra almeno due aspetti particolari: uno dato dal legame così esclusivo con la nonna; l’altro relativo al suo modo di affrontarne la morte.<br>Soffermiamoci per il momento su questo secondo aspetto. Noi sappiamo per esperienza che il lutto è il modo per elaborare la situazione emotiva della perdita di una persona cara in modo che si possa realizzare il concetto generale della separazione tra i vivi e i morti: è un concetto fondamentale allo scopo di vivere, per evitare che la morte prenda il posto della vita e ci conduca all’estinzione. E’ una legge naturale che permea tutti gli esseri viventi.<br>Il lutto non è né un concetto psicologico né psicopatologico: il lutto è un concetto antropologico che viene declinato in maniera differente nelle varie culture (ad esempio nella nostra è segnalato dal colore nero e dal temporaneo ritiro dalle attività quotidiane) e che riguarda l’elabora-zione e accettazione della perdita dell’oggetto amato.<br>Gli autori antichi chiamavano “melanconia anestetica” la reazione al lutto caratterizzata da una sorta di estraneità, di anestesia appunto. Il poter piangere, il saper piangere l’oggetto perduto ne comporta l’oggettivazione, e quindi la separazione. E’ il primo passo per arrivare alla liberazione dei legami che con l’oggetto si erano creati, onde evitare la proprietà transitiva della morte, che è uno dei drammi della vita umana. Se il lutto non è elaborato, infatti, l’oggetto diventa persecutorio; come del resto implicitamente è sempre persecutorio il “revenant”, il cadavere che ritorna, lo zombie. &nbsp;<br>Ciò che mostra Anna quando la nonna muore è proprio questa sorta di anestesia unita al suo non riuscire a realizzare la morte della nonna. Da sottolineare che la sensazione di Anna è sostanzialmente diversa dalla normale reazione al lutto per cui la mancanza della persona cara sembra si faccia sentire sempre più con il passare del tempo, la reazione di Anna è una sorta di negazione della morte della nonna, un tentativo di non sentirne la perdita.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Abraham e Freud</strong><br>Oggi fa parte del senso comune collegare la depressione al lutto. Ma non è stato sempre così. Il primo a farlo fu Karl Abraham nel 1912. Abraham era un amico e collega di Freud, uno psicoanalista della prima ora. La correlazione fino ad allora non era mai stata fatta e non era così semplice come&nbsp; oggi può sembrare. E’stato Abraham che ha introdotto il lutto come schema della depressione ( o melanconia, come si chiamava allora indifferentemente) e ha individuato, all’interno di essa, l’elemento dell’aggressività.<br>Il lavoro del lutto, dice Abraham, è un’operazione che attraverso diverse e faticose fasi porta l’individuo all’accettazione di un diverso principio di realtà: la realtà perduta non esiste più e se ne deve fare a meno. Tutto il lavoro del lutto consiste all’inizio nell’introiettare l’oggetto perduto con tutte le sue caratteristiche allo scopo di trattenerlo ancora. Una volta terminato il lavoro del lutto l’oggetto può essere lasciato andare e se ne può elaborare la separazione. Teniamo a mente i concetti di introiezione dell’oggetto perduto e d aggressività, li ritroveremo spesso, rappresentano un punto di svolta, ed è proprio partendo da essi che la psicoanalisi ha dato la sua spiegazione della depressione.<br>Nel 1915 Sigmund Freud pubblica “Lutto e malinconia”. E’ il punto di arrivo di una riflessione che era iniziata negli anni ottanta dell’Ottocento e che si è protratta per oltre un trentennio. Mentre aveva affrontato in modo relativamente rapido l’isteria, la nevrosi ossessiva, le psicosi schizofreni-che scoprendo i meccanismi specifici dei disturbi in questione, per la depressione non riusciva a trovare gli strumenti psicologici di accesso. E’ vero che era partito male: considerato che nella depressione grave il desiderio sessuale scompare, ricercava un qualche substrato somatico che la giustificasse. Ancora nel 1897 scrive nel Manoscritto sull’Edipo che la melanconia è da ritenersi solo “parzialmente” dovuta a fattori psichici. Poi, come abbiamo visto, nel 1912 vi fu il contributo fondamentale di Abraham che favorì le ulteriori elaborazioni di Freud. “Il lutto è il contrario della malinconia”, asserisce Freud. “In alcuni individui la perdita di una persona amata (o di qualcosa che la equivalga) produce il lutto, in altri la malinconia. Quando una persona cara muore, l’esame di realtà ci dice che quella persona non c’è più ed esige che tutta la libido sia ritirata da essa (la libido è l’insieme delle forze vitali che ci governano). Ma per abbandonare un investimento libidico importante gli uomini hanno bisogno di tempo: tutti i ricordi, le aspettative, le emozioni legate a quell’oggetto vengono evocati e sovrainvestiti e poi il distacco si realizza in relazione a ciascuno di essi. L’inibizione e la mancanza di interesse dell’Io per le cose del mondo durante il lavoro del lutto, si spiegano appunto con il lavoro da cui è assorbito. Una volta portato a termine il lavoro del lutto, l’Io ridiventa libero e la libido recuperata pronta per essere reinvestita. Queste stesse caratteristiche le ritroviamo anche nella melanconia, con la differenza che il melanconico non termina il lavoro del lutto perché esso è interrotto dal manifestarsi di uno straordinario avvilimento del sentimento di sé, un enorme impoverimento dell’Io. Nel lutto il mondo si è impoverito e svuotato, nella melanconia impoverito e svuotato sembra l’Io stesso. Il malato si descrive come indegno, si rimprovera e si vilipende, estende al passato la sua autocritica ed è assolutamente insensibile alla contraddizione. Evidentemente, dice Freud, in qualche modo egli deve avere ragione: forse è arrivato ad un grado di conoscenza di sé che prima non aveva. Anche perché, nonostante la mole di autorimproveri, nel melanconico manca completamente il senso di vergogna. E’ come se una parte dell’Io si contrappone ad un’altra parte: la critica e la disprezza”. Al tempo in cui Freud scrive “Lutto e malinconia” non aveva ancora elaborato il concetto di Super Io, cioè la parte di noi stessi,&nbsp; che rappresenta la coscienza morale e che si pone come istanza critica dell’Io, a volte in maniera anche molto rigida. Quando Freud parla di una parte dell’Io che ne critica un’altra sta facendo riferimento proprio a quello che più tardi chiamerà Super Io. “Dunque”, prosegue Freud, “se si ascoltano con pazienza le lamentazioni del malato ci si rende conto che la maggior parte di esse si attagliano pochissimo alla persona del malato stesso, si adattano invece perfettamente a un’altra persona che egli ama o ha amato: gli autorimproveri sono in realtà rimproveri rivolti ad un oggetto d’amore e da questo poi distolti e riversati sull’Io.&nbsp; Per questo non hanno pudore e non cercano di nascondersi perche tutto ciò che di umiliante dicono di se stessi in realtà si riferisce a qualcun altro; ed infatti sono ben lungi dal dimostrare nei confronti del loro ambiente, quella docilità e sottomissione che sarebbe lecito attendersi da persone così indegne. Al contrario sono persone estremamente moleste, che si comportano sempre come se fossero offese, sono rivendicative e lamentose”.<br>Chiunque sia abituato a trattare con la depressione sa bene che il lamento del depresso che si autoaccusa, il suo ripetere “non guarisco”, “sto sempre peggio”, “ non va bene” è qualcosa che mette profondamente a disagio perché si avverte che le autoaccuse veicolano aggressività.<br>E partendo proprio dal processo di identificazione con l’oggetto perduto, processo del quale ho parlato prima a proposito di Abraham, Freud afferma che quando un depresso critica e accusa se stesso, l’attacco non è veramente diretto verso l’Io, ma verso l’oggetto con cui è identificato: una volta che l’oggetto attaccato è deteriorato dall’aggressività, questo “cadavere putrescente” con il quale l’Io è identificato deteriora anche l’Io cosicché la perdita dell’oggetto diviene anche una perdita dell’Io, istallando il circolo vizioso che conduce alla depressione: più il depresso dice “non valgo niente, non miglioro, meglio la morte” etc., più queste accuse vanno a colpire l’oggetto interno che&nbsp; deteriora ancora di più l’Io che è identificato con esso.<br>“I lamenti sono accuse”, aveva detto in proposito con felice intuizione clinica Freud a completa-mento di quanto detto proprio da Abraham che&nbsp; “le autoaccuse indicano sentimenti ostili rimossi”. &nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Separazione Io-mondo e rapporto affidabile</strong><br>Ma finora non abbiamo ancora risposto alla domanda fondamentale: perché alcune persone portano a termine il lavoro del lutto ed altre sprofondano invece nella depressione?&nbsp;&nbsp; &nbsp;<br>La concezione psicoanalitica del lutto comporta l’idea che ogni lutto sia la riedizione di un’antica perdita, la perdita dell’oggetto primario.<br>Per tutti esiste nel corso dello sviluppo il vincolarsi della libido ad una persona in particolare, ap-punto l’oggetto primario, che è chi fornisce le cure, il caregiver, come dicono gli Inglesi, in genere la madre.<br>I rapporti con l’oggetto, nei primi tempi dello sviluppo, sono rapporti essenzialmente narcisistici: non essendoci ancora separazione tra Io e mondo, tra Me e non-Me,&nbsp; il rapporto con l’oggetto esterno è ancora solo rapporto con il proprio Sé, tanto che la scoperta di ciò che sta al di fuori è il primo atto di individuazione in quanto il bambino tende a soggettivare se stesso come qualcosa di separato.<br>Nelle normali condizioni di sviluppo arrivare a concepire la madre come un oggetto esterno rappre-senta il primo atto di individuazione e comporta la perdita del rapporto con l’oggetto come parte del Sé per riconoscerlo come oggetto staccato, autonomo, ma anche in qualche modo perduto. E’ il pri-mo lutto, paradigma di tutti i lutti che incontreremo nella vita ma anche, come detto all’inizio, l’ine-sorabile via finale dell’evoluzione umana per cui per evolversi bisogna sapersi staccare dall’og-getto amato.<br>Ma se a causa di una mortificazione reale, di una delusione, di una difficoltà di rapporto con questa figura, la relazione viene disturbata, allora essa non evolve naturalmente verso un processo di individuazione, di separazione e di lutto. Allo scopo di evitare la perdita dell’oggetto amato, per trattenere un oggetto con il quale il legame era diventato labile e insicuro, l’Io rende libera la libido ad esso collegata, ma anziché spostarla su un’altra persona la riporta all’interno di se stesso utilizzandola per instaurare una identificazione con l’oggetto amato. Di fatto si tratta di abbandona-re un oggetto verso il quale il legame è risultato labile per ricreare una situazione narcisistica, una regressione al narcisismo iniziale, l’Io torna ad amare se stesso perché l’oggetto verso cui si era riversato l’amore non si è dimostrato affidabile.<br>Questo ritiro serve a sottrarre dalla dissoluzione l’amore verso l’oggetto e l’Io identificandosi con esso ama se stesso nell’oggetto. Ma per via dei sentimenti ambivalenti e aggressivi provati verso un oggetto deludente, l’Io odia l’oggetto e odiando l’oggetto l’Io odia anche se stesso. Meno l’oggetto d’amore è disponibile, più i sentimenti aggressivi saranno preponderanti. Inoltre il processo di introiezione di fatto rende impossibile un compiuto processo di individuazione e separazione perché se l’oggetto è introiettato il distacco dall’oggetto diviene impossibile.&nbsp; Tra poco approfondiremo meglio questo punto. Intanto possiamo dire che la crescita non è mai indolore e l’individuazione non arriva di colpo, è il risultato di un lungo processo che costringe sì a perdere il meraviglioso rapporto fusionale con l’altro per lasciare però emergere un essere umano autonomo. Qual è allora il discrimine che consente di arrivare a separarsi dall’oggetto primario senza incorporarlo, rendendo possibile la separazione? Teniamo presente la premessa che in psicologia niente è tagliato di netto, le differenze sono più quantitative che qualitative e il rapporto con l’altro è molto più complesso di quanto può emergere da queste mie parole. I confini tra separazione e incorporazione sono flessibili e permeabili e riguardano più i singoli aspetti che il rapporto totale. Ma per i nostri fini accettiamo di stabilire confini più netti in modo da sperare di ottenere un’esposizione più chiara. Ciò vale ancor di più per quanto dirò tra poco a proposito del rapporto madre-bambino. Anche qui le cose sono più complicate di come apparirà dalla mia esposizione, né quello che accade tra mamma e figlio può essere interpretato come qualcosa da addebitare alla responsabilità di lei. Ma anche in questo caso perdonate la semplificazione.<br>Dunque il rapporto madre-bambino deve basarsi su un grado di attendibilità sufficientemente buono: la madre non può certamente essere disponibile&nbsp; sempre e per tutto il tempo, ma un giusto grado di attendibilità è necessario.<br>Un bambino che ha la mamma di fronte la percepisce visivamente, ma quando la madre lo aggira e gli passa dietro egli non ha alcuna garanzia che la madre esista ancora. Per questo con i bambini ha tanto successo il gioco del cucù, cioè dello scomparire e del riapparire, la ricomparsa provoca gioia perché rassicura dall’angoscia dell’assenza, della scomparsa, e nel contempo serve a stabilire per loro la cosiddetta costanza d’oggetto, cioè l’oggetto non smette di esistere anche se non lo vedono.<br>Ma se la madre troppo spesso non riappare quando è attesa, se non riesce a costruire un universo sufficientemente attendibile per il bambino, allora egli non potrà costruire la sicurezza basata sulla presenza certa della madre e si sentirà abbandonato e in preda degli eventi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’arrivo della nonna e le deleghe familiari</strong><br>Abbiamo visto quanta difficoltà ebbe la madre di Anna nel seguire lavoro e famiglia finché non arrivò la nonna. Anna si attaccò a lei come al primo vero punto di riferimento stabile della sua vita, ma aveva sicuramente incontrato tante difficoltà fino a quel momento proprio per creare la costanza d’oggetto. L’insicurezza di fondo causata dall’instabilità del rapporto con la madre si riverberò inevitabilmente nel rapporto sostitutivo con la nonna: Anna ha potuto godere di momenti di grande stabilità con lei, ma sul fondo persisteva la paura che prima o poi anche questo rapporto potesse diventare instabile, che anche la nonna, come la madre, potesse non ritornare dalla stanza accanto. Era come se&nbsp; Anna si stesse preparando ad esorcizzare un abbandono che avrebbe potuto rieditare i vissuti dolorosi e traumatici della primissima infanzia. Vissuti che comprendevano certamente una grande dose di aggressività e di rabbia che solo l’estremo bisogno e la dipendenza riuscivano a far rimanere sullo sfondo, integrati ed equilibrati dall’affetto e dalla tenerezza che si provano in ogni caso nei confronti di chi si prende cura di noi e ci fornisce benessere e un certo grado di sicurezza.&nbsp; &nbsp;<br>La presenza costante della nonna aveva consentito ad Anna di vivere attraverso di lei le fasi di passaggio che avrebbe dovuto vivere con la madre. E’ certamente esperienza di tutti, specialmente nella società attuale dove a lavorare sono spessissimo entrambi i genitori, che siano i nonni a farsi carico della crescita dei nipoti. Ma le figure di riferimento affettivo e normativo continuano a rima-nere i genitori. Nel caso di Anna si era verificata invece una specie di delega in bianco alla nonna.<br>I motivi possono essere molteplici. La nonna doveva aver ricercato una specie di esclusività nel rapporto con la nipote per compensare il senso di dolore e di solitudine derivante sia dalla morte del marito che dall’aver abbandonato i suoi luoghi di origine. Inoltre l’essere “la madre” di Anna le consentiva di risperimentare un ruolo che le forniva sicurezza ed anche in fondo il senso di una nuova giovinezza.<br>Molte volte vediamo una specie di lotta tra madre e figlia, o tra nuora e suocera, su cosa vada meglio per i propri, rispettivamente, figli e nipoti. Immancabilmente quello che è buono per l’una è pessimo per l’altra e viceversa. Questi scontri, guardati spesso con sufficienza o fastidio da parte degli estranei o dei figli-mariti, in realtà sono fonte di grande sofferenza per le protagoniste, rappresentando spesso la riedizione di uno scontro generazionale non risolto nell’adolescenza: la madre-suocera&nbsp; si proclama forte di una indiscussa esperienza, ma spesso sullo sfondo c’è la volontà di non abdicare per sempre al ruolo materno, alla fecondità (senza contare che spesso si spera inconsape-volmente di rimediare con i nipoti agli errori che si teme si siano commessi con i figli); la figlia-nuora sente di nuovo sopra di sé l’imperio autoritario e genitoriale di chi ti dice cosa fare e non fare, cosa è giusto e cosa non lo è, come se non si fosse mai cresciuti. Lo scontro sembra sulle cose, su quale sia la pappa migliore, l’ora giusta per andare a letto o il vestitino più adatto, in realtà si tratta di una vera lotta per l’attribuzione dei ruoli: di chi vuole acquisirli definitivamente e di chi non vuole definitivamente rinunciarci.&nbsp; &nbsp;<br>Nel caso della mamma e della nonna di Anna ciò non accadde: la madre sembrò rinunciare senza conflitti o difficoltà ad un ruolo che la nonna prontamente assunse. Anna, dal canto suo, sembrò rispondere molto positivamente al cambiamento.<br>All’inizio la nonna si era in verità un po’ preoccupata perché aveva notato che quando si allontanava per qualche motivo, e doveva lasciare sola Anna per brevi periodi, al momento dell’allontanamento Anna piangeva e si disperava per avere un comportamento completamente opposto quando rientrava: la ignorava palesemente facendola sentire un’estranea e mettendola a disagio. Se provava lei a riavvicinarsi non c’era niente da fare, Anna continuava ostinatamente a dedicare tutta la sua attenzione a quello che stava facendo ignorandola. La nonna si rassicurò quando parlandone con la madre questa le disse che anche con lei si era sempre comportata così. Per fortuna dopo qualche tempo questi comportamenti si attenuarono, ma non scomparvero.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Madre e padre</strong><br>E la madre? Perché la madre di Anna aveva così prontamente rinunciato al suo ruolo?<br>Certo gli affanni derivanti dallo scarso tempo a disposizione, la sensazione di dare troppo poco alla figlia e il senso di colpa derivante, avevano il loro peso. Ma forse pesava di più un confronto mai risolto con la madre nel passato: un’individuazione della propria femminilità, del proprio poter essere madre completa a sua volta, insomma una soggettivazione mai completamente raggiunta. Ho ipotizzato questo perché più volte Anna mi ha raccontato che sua madre si rapportava con la propria, per quanto riguardava Anna, non come una genitrice a sua volta, ma come se fosse solo la sorella maggiore di Anna.<br>Da non sottovalutare inoltre la situazione che ho appena descritto e che doveva essere molto difficile e penosa da affrontare: il pianto di Anna tutte le volte che doveva lasciarla e la durezza aggressiva e rifiutante di quando si rincontravano. Questo la straziava certamente.<br>Insomma meglio lasciar fare le cose a chi sapeva farle: in fondo lei è una&nbsp; che si sacrifica, che rinuncia. Non aveva forse così facilmente rinunciato all’Università quando c’era stato bisogno?<br>Anche il padre probabilmente aveva le sue responsabilità nell’abdicazione della moglie al suo ruolo di madre. Se lei infatti era poco presente lui lo era ancor meno, e probabilmente si sentiva in colpa sia verso la figlia che verso la moglie: con questa per i sacrifici che sapeva di averle imposto con il lavoro, con Anna perché sentiva di portarle via la madre oltre che se stesso. L’arrivo della suocera insomma rappresentò una mano santa anche per lui.<br>Come tutti Anna aveva bisogno di una figura di riferimento durevole che supplisse alle assenze della madre. Per la loro precarietà non potevano certo essere adatte le varie baby sitter che si erano succedute. La nonna invece era lì ogni giorno e nel giro di poco tempo si ritrovò a svolgere in tutto e per tutto le funzioni di una madre. Anna d’altra parte aveva trasferito su di lei, armi e bagagli, le modalità di legame che aveva con la madre. Ed era molto consapevole di questo: in terapia disse molte volte che da un certo punto in poi si era sorpresa del suo rapportarsi alla nonna quasi come fosse&nbsp; lei la madre. E come abbiamo visto aveva trasferito su di lei anche quel particolare modo di reagire alle assenze. Oggi sappiamo che quel modo di reagire è tipico di un particolare legame che si viene a creare con la figura di riferimento principale. E’ il modo di reagire che gli psicologi chiamano legame da attaccamento insicuro, che si determina originariamente appunto nel rapporto con&nbsp; l’oggetto primario, ma che tende a riverberarsi in tutte le relazioni future, come dimostra l’esperienza.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Bowlby</strong><br>John Bowlby è lo psicologo inglese che a metà del secolo scorso studiò le modalità di attaccamento dei bambini alle loro madri e introdusse in psicologia i concetti di attaccamento sicuro ed attaccamento insicuro.<br>A Bowlby l’idea dell’attaccamento venne dopo aver letto i lavori di Konrad Lorenz&nbsp; sull’imprinting, cioè su quel fenomeno per cui i paperi uscendo dall’uovo identificano come la madre , e seguono disciplinatamente, la prima figura a disposizione, fosse anche un uomo.<br>In particolare coniò il termine “base sicura”, come capacità soggettiva di riconoscere che esiste una persona fidata a cui far riferimento in ogni momento. Questo crea la fiducia in sé e consente l’esplorazione dell’ambiente circostante. Nel momento in cui il bambino avverte&nbsp; qualche pericolo, cessa l’esplorazione e torna dalla madre per rassicurarsi. In questo caso si è stabilito uno Stile Sicuro di Attaccamento promosso da una figura presente, disponibile e attenta ai segnali del bambino, pronta a proteggerlo non appena richiestole. I tratti che maggiormente caratterizzano questo stile sono: sicurezza nell’esplorazione del mondo, convinzione di essere amabile, capacità di sopportare distacchi prolungati, nessun timore di abbandono, fiducia nelle proprie capacità e in quelle degli altri.<br>Quando invece, scrive ancora Bowlby, la figura di attaccamento risulta&nbsp; poco attenta o disponibile solo in alcune&nbsp; occasioni,&nbsp; impone al bambino frequenti separazioni o anche minacce di abbandono, allora lo stile di attaccamento che si instaurerà sarà del tipo Insicuro Ansioso Ambivalente e sarà caratterizzato dalla mancanza di certezza sull’affidabilità della figura di attaccamento. In questo stile troviamo: insicurezza nell’esplorazione del mondo, convinzione di non essere amabile, incapacità di sopportare distacchi con manifestazioni di angoscia da separazione, sfiducia nelle proprie capacità e soprattutto conseguentemente, rapporto ambivalente verso gli altri. Il tipo insicuro ansioso ambivalente richiede continuamente&nbsp; attenzione nelle relazioni ma la sua insaziabilità tende a far allontanare gli altri. Le sue relazioni sentimentali sono costellate di passione, rabbia, gelosia e ossessività ma pur tendendo ad iniziare i conflitti non arriva alla rottura del legame.<br>In questo stile di attaccamento tutti avrete rivisto alcune delle modalità di relazione di Anna, compreso quel suo particolare modo di rifiutare il riavvicinamento dopo una separazione. Proviamo a mettere insieme ciò che ha detto Bowlby con quanto esposto prima.<br>Il bambino che non riesce a stabilire un attaccamento sicuro, una base sicura&nbsp; si trova in uno stato di grande difficoltà. Da una parte l’oggetto è indispensabile, da lui dipendono benessere e soddisfazione, dall’altro è fonte di rabbia e frustrazione per la sua indisponibilità. Ma l’aggressività non può giungere a distruggere l’oggetto di cui si ha tanto bisogno, nel contempo la sua indisponibi-lità è intollerabile. Scatta allora il meccanismo che sembra sanare il conflitto. Allo scopo sia di non distruggerlo che di trattenerlo, l’oggetto viene introiettato: ora esso non può più sfuggire né essere distrutto, ma verso di esso vengono diretti tutti i sentimenti negativi che l’oggetto aveva scatenato nella realtà.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Controinvestimento, oggettivizzazione dell’Io e defusione degli istinti</strong><br>Poiché però, come abbiamo visto, il processo di introiezione è inestricabilmente connesso con il processo di identificazione, i sentimenti aggressivi che si provano verso l’oggetto ricadono sul Sé. A ciò si riferiva Freud con la frase citata all’inizio”l’ombra dell’oggetto è caduta sul sé”. Inoltre, dal momento che i sentimenti aggressivi, pur se non agiti nella realtà, sono in ogni caso molto pericolosi, devono essere controllati anche se diretti verso l’oggetto interno, cioè verso il Sé. Ciò si verifica tramite il fenomeno del controinvestimento: l’oggetto interno viene cioè investito oltre che di aggressività anche di amore, proprio al fine di riuscire a compensare le cariche aggressive. E’ evidente che più potenti sono le cariche aggressive, più massicci devono risultare i controinvestimenti. Tutto questo lavorio non è senza scotto. Tenere a bada le componenti aggressive comporta un grande sforzo e produce uno stato di forte precarietà.<br>Questo è quanto schematicamente accade nei casi di attaccamento insicuro con il corollario, tanto per complicare ancora il quadro, che la difficoltà di separarsi dall’oggetto primario si imporrà come modello per le relazioni future,&nbsp; come appunto è successo ad Anna con la nonna ed il fidanzato.<br>Cioè quando nel corso della vita si tratterà di affrontare una perdita, si riproporrà il problema ormai antico di separarsi da un oggetto amato. Ma se la modalità istauratasi era proprio quella della introiezione invece dell’elaborazione del lutto, l’unica via che resta aperta è una nuova introiezione dell’oggetto allo scopo di trattenerlo, dando inizio a quel processo che trasformando la perdita dell’oggetto nella perdita dell’Io omologato all’oggetto, provoca il senso di impoverimento che apre le porte alla depressione.<br>Anche i suicidi o i tentativi di suicidio che a volte si verificano durante gli episodi depressivi vanno letti in quest’ottica: l’Io può uccidersi solo quando riesce a trattare se stesso come un oggetto, quando può dirigere contro di sé l’ostilità che originariamente riguardava un oggetto. “Nelle due situazioni opposte dell’innamoramento più intenso e del suicidio l’Io è sopraffatto dall’oggetto, seppure in guise completamente differenti” scrive Freud,&nbsp; ed in effetti in entrambe le situazioni l’esame di realtà sembra passare assolutamente in secondo piano rispetto alla visione dell’oggetto dettata dai sentimenti.<br>Anche l’insonnia possiamo interpretarla come l’incapacità di ritirare gli investimenti dal mondo, ritiro che ci consente di dormire. Rigidità ed adesività degli investimenti impediscono sia di modificarli che di dislocarli su altre persone.<br>Ma non è finita.<br>Ricordate quanto avevo detto prima a proposito dei contro investimenti, cioè delle cariche affettive che vengono dirette verso l’oggetto interno allo scopo di mitigare l’aggressività e riuscire a riportare le cose in equilibrio?&nbsp; Bene, ora, al contrario di quello che accadde nell’infanzia, si hanno purtroppo gli effetti di una legge della quale non ho ancora parlato e che è stata scoperta grazie ad un’altra&nbsp; profonda intuizione di Abraham: la legge della defusione degli istinti, un’altra legge fondamentale del procedere umano. Questa legge dice che tutte le volte in cui esiste una regressione della libido, in cui cioè la libido procede da momenti più evoluti della vita adulta ai momenti più antichi della vita infantile, essa si defonde. Le componenti che sono assieme affettive ed aggressive e che sono sempre legate insieme per dare una costituzione generale armonica nella vita adulta, in questi casi si dissociano: l’aggressività se ne va da una parte e l’amore dall’altra e le due componenti non si mescolano e non si intendono più. Nella depressione, di cui la regressione narcisistica è un fenomeno fondamentale, l’aggressività esce in primo piano, si evidenzia e più era stata forte durante le prime fasi di separazione e aveva richiesto massicce dosi di contro investimento affettivo per essere tenuta a bada, più ora diventa padrona del campo.<br>E così siamo arrivati alla quadratura del cerchio: in sintesi ciò che conduce alla depressione sono la riedizione dei fenomeni di introiezione e la liberazione delle cariche aggressive defuse.<br>Torniamo allora ad Anna.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Reazione alla morte della nonna</strong><br>Abbiamo visto che al momento della morte della nonna Anna si è comportata come se la cosa la riguardasse poco. Possiamo immaginare che proprio in virtù di quanto abbiamo appena detto a proposito della defusione degli affetti, ella abbia dovuto esercitare una cesura, un taglio con la realtà perché consentirsi di accettare che la nonna era morta avrebbe significato risperimentare i forti sentimenti di aggressività che ormai liberati&nbsp; dal vincolo rappresentato dall’affetto sarebbero divenuti padroni del campo. Così Anna fece finta di nulla e passati alcuni mesi le cose sembrarono tornate come prima. Ma non erano come prima, Anna non si era consentito il lutto e ciò, ricordando quanto detto da Freud che il lutto è il contrario della depressione, conducesse verso la depressione, anche se in questo caso una depressione negata, non riconosciuta: una di quelle depressioni in cui il disagio si manifesta principalmente come disagio del corpo, ma che per non sfociare nella depressione conclamata ha di nuovo bisogno di grandi dosi di contro investimenti per tenere a bada l’aggressività. E i contro investimenti durano fatica.<br>In questo senso possiamo interpretare il non sentirsi la stessa di prima di Anna dopo la morte della nonna: l’energia libidica che prima era disponibile ora doveva essere massicciamente utilizzata per mantenere quella specie di&nbsp; coperchio che aveva messo sulla pentola della sua vita.<br>Pian piano cominciamo infatti a renderci conto di quanto le cose cambiarono realmente: ricorda che era diventata lamentosa ed irascibile, sempre pronta a recriminare qualcosa al fidanzato, a rimpro-verarlo. Si lagnava molto anche con i suoi e specie con la madre si sentiva molto aggressiva. Soprattutto cominciò a manifestare una serie di disturbi fisici che erano molto fastidiosi, ma erano mutevoli e agli esami strumentali non rivelavano mai niente di concreto.<br>Insomma, in base a quanto detto finora, possiamo capire che ben prima che la storia tra lei e il suo ragazzo&nbsp; finisca, Anna è già depressa e ne manifesta molti dei&nbsp; sintomi tipici.<br>Durante il corso della terapia diviene consapevole che il cambiamento del suo umore e la continua preoccupazione di stare male avevano un collegamento con la morte della nonna e che quanto successo dopo la rottura con il suo ragazzo non era indipendente da quanto successo nella sua vita fino ad allora.<br>Quando scoppia la crisi con il ragazzo Anna si ritrova infatti nuovamente ad affrontare una perdita, e per la sua incapacità di elaborare il lutto anche questa perdita si trasforma in depressione. Questa volta non ce la fa però a mantenere la parvenza di normalità e sviluppa la sindrome depressiva che abbiamo visto all’inizio.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Finale</strong><br>Per inciso vorrei far presente la dannosità della depressione negata rispetto ad una depressione conclamata. Gli sforzi di Anna erano andati in direzione di mascherare la sua depressione: questo non le aveva impedito di soffrire, ma le aveva certamente impedito di curarsi. E’ lo stesso che accade a tante persone che lottano tutta una vita con malattie inesistenti. E’ un ben triste destino. Certo la depressione spaventa, ma quando individuata si può curare. Una malattia che non c’è, no. &nbsp;<br>Finora ho parlato solo di depressione conseguente alla perdita di una persona cara. In realtà la depressione può esitare anche a seguito della perdita del lavoro, di un obiettivo non raggiunto, di un fallimento. Il meccanismo è lo stesso illustrato finora perché le cose importanti della vita gli esseri umani le introiettano e le considerano degli oggetti-sé non diversamente dalle persone care.<br>Da qualche tempo Anna sta frequentando un nuovo ragazzo. I giorni “no” sono ancora molto frequenti, e le varie occasioni di separazione le scatenano sempre tanta angoscia e rabbia. Ma le preoccupazioni psicosomatiche si sono attenuate e nei momenti buoni riesce anche a scherzarci su.<br>A proposito, si è anche iscritta all’Università, abbiamo capito che il suo rifiuto derivava da un senso di colpa nei confronti della madre: il difficile rapporto con lei le faceva sentire una sua responsa-bilità il fatto che la madre si fosse dovuta sposare, avesse dovuto iniziare a lavorare e rinunciare allo studio perché era incinta di lei, quindi lei non voleva umiliarla ulteriormente superandola anche negli studi.<br>Dopo quattro anni di terapia abbiamo ancora del lavoro davanti perché le ferite inferte all’uomo impiegano&nbsp; tempo a rimarginarsi ma è indispensabile che ciò avvenga perché esse ci limitano grandemente il dispiegarsi della vita e, come disse negli ultimi momenti della sua vita&nbsp; Heinz Kohut,&nbsp; il grande psicoanalista austriaco emigrato nel Stati Uniti durante il nazismo, “non realizzare gli scopi impliciti nel proprio Sé nucleare è tragico ed è la base della depressione diffusa nella nostra cultura”.</p>



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		<title>Perché mi faccio del male? Masochismo e Psicoanalisi</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Nov 2022 20:26:24 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Quando si riflette sul problema del masochismo ci si sente su un terreno particolarmente scivoloso. Agli psicoterapeuti viene di solito richiesto di alleviare la sofferenza, nel caso del masochismo invece la ricerca della sofferenza sembra essere il fine ultimo dei comportamenti del paziente. Il masochista ricerca la sofferenza direttamente, scientemente: “se c’è la possibilità di prendere uno schiaffo” diceva Freud “il vero masochista ci mette la faccia”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="717" src="https://www.waltercreatipsicologoavezzano.it/wp-content/uploads/2022/11/psychologist-illustration-vector-1024x717.jpg" alt="" class="wp-image-257" srcset="https://www.waltercreatipsicologoavezzano.it/wp-content/uploads/2022/11/psychologist-illustration-vector-1024x717.jpg 1024w, https://www.waltercreatipsicologoavezzano.it/wp-content/uploads/2022/11/psychologist-illustration-vector-300x210.jpg 300w, https://www.waltercreatipsicologoavezzano.it/wp-content/uploads/2022/11/psychologist-illustration-vector-768x538.jpg 768w, https://www.waltercreatipsicologoavezzano.it/wp-content/uploads/2022/11/psychologist-illustration-vector-86x60.jpg 86w, https://www.waltercreatipsicologoavezzano.it/wp-content/uploads/2022/11/psychologist-illustration-vector.jpg 1400w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">In senso generale possiamo distinguere due tipi di masochismo: uno di carattere sessuale, il cosiddetto masochismo erogeno,&nbsp; più conosciuto per la singolarità dei comportamenti che genera, dove la ricerca della sofferenza è necessaria al soddisfacimento erotico, ed un altro di carattere morale, che ha caratteristiche meno marcate e meno facilmente riconoscibili ad un’osservazione superficiale, ma che investe e danneggia tutta la vita dell’individuo, senza procurare inoltre, apparentemente, alcun tipo di gratificazione.<br>Un esempio di masochismo morale, ed anche della commistione&nbsp; tra questo e quello sessuale è stato&nbsp; ben descritto dal regista Joseph&nbsp; von Sternberg&nbsp; nel 1931 nel film&nbsp;&nbsp; &#8220;L&#8217;angelo azzurro&#8221;,&nbsp; tratto dal romanzo di Heinrich Mann, che racconta la storia infelice del professor Unrath, stimatissimo professore, che in età ormai avanzata perde la testa per una ballerina. Il film e&#8217; notissimo per l&#8217;interpretazione di Marlene Dietrich ed Emil Jannings e la sua connotazione di godimento sessuale è evidente nonostante, o proprio a causa, degli innumerevoli patimenti del professore.<br>Cominciamo allora proprio con uno sguardo storico al masochismo sessuale.<br>La strana relazione tra il dolore e la voluttà, tra la sofferenza e il sesso è conosciuta fin dai tempi più antichi. Accanto a numerosi resoconti che risalgono a personaggi del vecchio testamento sono state tramandate anche rappresentazioni molto esplicite, tra queste una che raffigura addirittura Aristotele che stando carponi sorregge sulla schiena una donna armata di frusta.<br>Nel corso dei secoli sono state numerose le narrazioni di percosse, umiliazioni, flagellazioni che venivano inferte a scopo sessuale. Ma ciò che caratterizzava queste descrizioni era che tali pratiche venivano considerate solo dei mezzi di eccitazione, una specie di afrodisiaco preliminare all’atto sessuale vero e proprio.<br>E’ soltanto nel XIX secolo che il masochismo viene invece descritto come una perversione sessuale dove la differenza consiste proprio nel fatto che in una perversione il piacere è dato dalla pratica perversa in sé. L’atto sessuale normalmente inteso, infatti, nella perversione non ha bisogno di essere consumato, e di norma viene evitato.<br>Fu Krafft-Ebing che nel 1869 nel suo “Psicopatologia Sessuale” descrisse per primo in maniera accurata questa perversione caratterizzandone l’atteggiamento servile verso la donna, la ricerca dell’umiliazione e della punizione fisica ritenute indispensabili ai fini del godimento sessuale.<br>Lo studio di Krafft-Ebing rimane il documento più completo che abbia preceduto gli studi psicoanalitici. E’ a Krafft-Ebing che dobbiamo la denominazione di masochismo; la ricavò dal cognome dello scrittore austriaco Leopold Von Sacher-Masoch che divenne celebre ai suoi tempi per le sue opere, un centinaio di racconti e romanzi, dal contenuto sorprendentemente monotono: un uomo diventa per amore oggetto delle peggiori umiliazioni e subisce ogni tipo di crudeltà. Le donne dei suoi racconti sono sempre belle, autoritarie, vestite di pellicce ed armate di frustino.<br>Nel suo “capolavoro”&nbsp; “Venere in pelliccia” un uomo subisce le solite umiliazioni per amore e per giunta viene anche picchiato ed umiliato dall’amante di lei.<br>Non si può dire che Sacher-Masoch fosse incoerente: per anni ha lottato con la moglie perché lei si prendesse un amante e quando alla fine ci riuscì ottenne anche di essere picchiato ed ingiuriato da lui. Riporto a titolo di esempio uno stralcio di uno dei contratti che Sacher-Masoch stipulava con le sue amanti o con la moglie. Queste una parte delle richieste della donna:<br>Mio schiavo, queste le condizioni per cui vi tollero vicino:<br>Rinuncia assoluta&nbsp; al vostro Io e alla vostra volontà.<br>Siete nelle mie mani un istrumento cieco che esegue tutti i miei ordini senza discuterli.<br>Tutto quanto vi sarà accordato di piacevole è una grazia da parte mia e io agirò senza riguardo e non avrò alcun dovere.<br>Come il vostro corpo anche la vostra anima mi appartiene.<br>Voi dovrete compiere tutto ciò che vi chiederò. Etc. etc.<br>A Krafft-Ebing non sfuggirono naturalmente né il fatto che masochismo e sadismo sono spesso presenti nella stessa persona (in fondo era Sacher-Masoch che redigeva i contratti), né la presenza nei comportamenti ora citati di fantasmi del passato, ma egli attribuì il primo ad una coincidenza, ed i secondi al dettato costituzionale.<br>Bisogna attendere il Freud del 1905 ed i suoi “Tre saggi sulla teoria sessuale” per veder stabilire uno stretto nesso tra sadismo e masochismo. Per quanto riguarda il sadismo, dice Freud, non è difficile immaginare la sessualità mescolata con una certa aggressività, risultante forse dall’inclinazione alla sopraffazione tesa a superare la resistenza dell’oggetto sessuale in caso di fallimento del corteggiamento allo scopo di assicurarsi l’accoppiamento e quindi la riproduzione. Il sadismo corrisponderebbe allora alla componente aggressiva della sessualità che si è resa indipendente ed esagerata.<br>Il masochismo sembra allontanarsi di più dalla meta sessuale, con il suo rivolgere verso se stessi l’aggressività sadica, pur se è noto a tutti, dice Freud, che ogni sensazione di dolore contiene in sé anche la possibilità del piacere,&nbsp; pur se non è ancora chiaro perché.<br>Nel 1915, in “Pulsioni e loro destini” fa un passo in avanti e vede nella sostituzione della propria persona al posto dell’oggetto da martoriare, e nella ricerca della persona che infligga la punizione, l’essenza del masochismo.<br>Ma è con lo scritto del 1919 “Un bambino viene picchiato”che viene fornita una chiave di lettura del masochismo che ne spiega anche il meccanismo di formazione.<br>Alcuni pazienti di Freud raccontarono di alcune loro frequenti fantasticherie infantili a proposito di un bambino che viene picchiato. Ammettevano con esitazione la fantasia, provando vergogna e senso di colpa perché essa si coniugava invariabilmente con un senso di eccitazione sessuale che spesso conduceva ad un soddisfacimento masturbatorio. Non si sapeva a cosa si riferisse la fantasia, se a fatti a cui si era assistito o immaginari, né si sapeva chi era il bambino picchiato, se era maschio o femmina, né chi era che picchiava.<br>Come si sa in psicoanalisi, quando i ricordi sono così confusi è perchè è intervenuta la rimozione che ha steso il suo velo sui ricordi infantili.<br>L’indagine condusse a suddividere la fantasia in tre fasi. Nella prima emerse che il bambino picchiato non è mai quello che fantastica, il bambino picchiato è per lo più un altro bambino, preferibilmente, se esiste, un fratellino o una sorellina. La persona che picchia, nel caso della bambina almeno, diviene sempre riconoscibile come il padre. Quindi la prima fase della fantasia si riassume nella frase “mio padre picchia il bambino”. Questa prima fase è ricordata abbastanza facilmente e si può collegare senza difficoltà alla gelosia infantile nei confronti&nbsp; dei propri fratelli con i quali si è costretti a dividere le attenzioni e l’amore dei genitori. La frase sarebbe quindi più completa se suonasse così “mio padre picchia il bambino che io odio, quindi ama soltanto me”. &nbsp;<br>La seconda fase della fantasia cambia completamente il suo enunciato e suona così “vengo picchiato da mio padre”. Al contrario della prima, questa fase è di carattere indubbiamente masochistico e si differenzia ancora dalla prima perché essa è totalmente inconscia, non viene ricordata, è una ricostruzione che avviene nell’analisi, ma essa è importantissima per comprendere il senso della fantasia. Come è potuto accadere questo rovesciamento? Per spiegarlo facciamo riferimento alla fase che sta attraversando il bambino in questo periodo, che è la fase del cosiddetto complesso di Edipo. Come è noto questa fase si manifesta verso il quinto anno di età, è caratterizzata da un intenso attaccamento per il genitore di sesso opposto ed una altrettanto intensa rivalità per il genitore dello stesso sesso. E’ una fase fondamentale dello sviluppo psico-sessuale perché dal modo in cui sarà superata dipenderà sia il futuro orientamento sessuale che l’organizzazione ed il funzionamento della propria vita psichica, anche se occorre ricordare ancora una volta che in ogni caso il modo in cui si perviene ad una fase successiva è sempre condizionato dal modo in cui sono state superate le fasi precedenti, come ci ha ricordato con la sua opera Erik Erikson.<br>La fase edipica termina per circostanze esterne (per es. la nascita di un fratellino che testimonia “l’infedeltà” dell’oggetto amato perché i bambini capiscono presto che nelle gravidanze c’entrano entrambi i genitori ed i loro organi sessuali), o per circostanze interne, come un appagamento troppo a lungo agognato e che non si realizza, o per il concorso di entrambe, ma soprattutto perché la persona che viene vista come rivale, il padre o la madre, è anche la stessa persona che amorevolmente si prende cura, che protegge, che ama e che si ama. Ed allora il bambino, ripetendo e ricapitolando in questo la storia dell’umanità, rimuove la scelta incestuosa e prosegue nel suo cammino evolutivo non più rivaleggiando con il genitore dello stesso sesso ma, identificandosi con lui, ne acquisisce l’identità sessuale&nbsp; e molte delle caratteristiche che confluiranno poi nella personalità totale, nel suo Super Io e nell’Io Ideale.<br>I processi di rimozione dei sentimenti incestuosi provati per il genitore di sesso opposto e di quelli aggressivi provati per il genitore dello stesso sesso esitano in un senso di colpa come esito, nel caso della fantasia in esame, conduce all’immagine dell’essere picchiati. E’ come se il senso di colpa esprimesse il proprio trionfo con una dura punizione “ti picchia perché non ti ama perché sei stato cattivo”. Dice Freud “il senso di colpa è invariabilmente l’elemento che trasforma il sadismo in masochismo”. E’ un’affermazione importante: spiega perché accade che l’aggressività prima diretta verso l’esterno ora ritorni invece verso il soggetto in forma di punizione per i cattivi pensieri e desideri.<br>Ma il ciclo della fantasia non è ancora terminato: c’è una terza fase, quella che viene ricordata più facilmente.<br>In questo caso chi picchia è generalmente&nbsp; un maestro o un’altra figura adulta, e i bambini picchiati sono in genere numerosi. Ora la fantasia ha di nuovo un carattere sadico e quello che la differenzia dalle altre due fasi è il piacere che essa procura e che risponde ad un’eccitazione sessuale.<br>Cosa è accaduto, perché la fantasia si è di nuovo trasformata in atto sadico,&nbsp; perché il senso di colpa sembra ora scomparso per lasciare il posto addirittura al piacere?<br>Torniamo ancora al nostro bambino alle prese con l’Edipo. Egli si trova nella fase cosiddetta fallica del suo sviluppo psico-sessuale. La rimozione che colpisce i suoi sentimenti incestuosi e aggressivi procura anche una regressione della sua organizzazione genitale. In alcuni bambini la regressione conduce fino alla fase ancora precedente detta sadico-anale, che appunto per il suo carattere sadico, complicata dal rovesciamento operato dal senso di colpa di cui sopra, trasforma la frase “mio padre mi ama e picchia gli altri bambini” nella frase “mio padre mi picchia”. Ricordiamo che la frase “mio padre mi picchia” appartiene alla seconda fase della fantasia, è totalmente inconscia e per questo non viene colta la combinazione di sensualità ed erotismo che contiene. Voglio qui sottolineare che quando parliamo di sessualità infantile, non dobbiamo riferirci al modo adulto di intendere la sessualità. Per il bambino la sessualità è il piacere tratto dallo sperimentare le sensazioni piacevoli che vengono dal suo corpo, che sono parziali perché riguardano parti e non tutto il corpo e che definiscono principalmente un modo di funzionare. Nel caso della fase sadico-anale, un tipo di sensualità che si esprime attraverso il controllo dei&nbsp; meccanismi espulsivi-ritentivi tipici per esempio della battaglia del vasino. In questa fase c’è anche la scoperta dell’aggressività come piacere, intesa sia nel senso di controllo e dominio dell’ambiente circostante che proprio del piacere dell’aggressività (ritroveremo questa caratteristica nella tipica crudeltà degli adolescenti verso gli animali, perché l’adolescenza ricapitola nei suoi vari momenti tutte le fasi che l’hanno preceduta). Quindi la frase “mio padre mi picchia” risulta dalla regressione alla fase sadico-anale che fornisce l’eccitamento libidico al fatto del picchiare, e dalla complicazione introdotta dal senso di colpa che per punizione trasforma, rovescia il picchiare nell’atto passivo del piacere di essere picchiato. “E non è proprio questa, finalmente, l’essenza del masochismo? ” afferma Freud. &nbsp;<br>I numerosi bambini della terza fase che vengono picchiati dal maestro o da altri adulti non sono altro, allora, che sostituti del bambino&nbsp; il quale, tramite questi spostamenti, può continuare a utilizzare la sua fantasia, trarne piacere e non ricollegarla ai fenomeni dolorosi che l’hanno preceduta.<br>Quanto evidenziato nella sfera sessuale si verifica naturalmente anche in&nbsp; quegli aspetti del masochismo che possiamo definire morali. Le caratterizzazioni comportamentali del masochismo, come possiamo immaginare, sono tantissime. Theodor Reik nel suo “Il masochismo nell’era moderna” ne ha catalogati diversi. Ha parlato di masochismo verbale per chi ama sentirsi dire parole offensive e umilianti, di masochismo sociale per chi ama un atteggiamento di subordinazione e di sottomissione, di masochismo di massa per chi rinuncia alla propria individualità all’interno di masse entusiaste e devote a chi rappresenta una propria immagine idealizzata. Ma sono sicuro che ciascuno riferendosi alla propria esperienza potrebbe elencare altri tipi di masochismo, tutti caratterizzati da questa ricerca attiva della sofferenza.<br>A questo punto ci si potrebbe chiedere: ma se il superamento del complesso di Edipo è una fase indispensabile e universale perché in alcuni casi prende una direzione che poi porterà, per esempio, al masochismo, ed in altri no?&nbsp; Ci addentriamo qui in un terreno molto accidentato perché, nonostante tutti gli sforzi non si è ancora riusciti a comprendere che direzione prenda lo sviluppo in presenza di una data esperienza. Sappiamo che la stessa esperienza, per esempio un trauma, può avere un impatto emotivo totalmente diverso in persone diverse, così come lo stesso trauma può essere vissuto in maniera totalmente differente secondo il periodo della vita in cui accade.<br>Quello che si è riusciti almeno in parte a fare è tentare di spiegare retrospettivamente ciò che una data esperienza può aver significato per quella persona, e da questo provare a trarre qualche generalizzazione.<br>Cerco di illustrare con un caso clinico quanto detto finora.<br>All’inizio degli anni ’80 rimasi molto colpito da un film statunitense intitolato “Looking for Mr. Goodbar”. Il titolo era in Inglese anche nella versione italiana perchè di fatto in Italiano “In cerca di Mr. Goodbar” non significa granché. Una breve ricerca mi aiutò a sapere che Mr. Goodbar per gli Americani&nbsp;&nbsp; è il corrispettivo del Godot di Samuel Beckett: qualcuno o qualcosa che si aspetta o si ricerca ma che non si trova. Il film era diretto da Richard Brooks ed interpretato da Diane Keaton, futura moglie di Woody Allen, e tra gli altri, da un giovanissimo Richard Gere.<br>La protagonista Diane Keaton vive col padre, la madre ed una sorella minore. Diane risulta essere la figlia sbagliata, piena di malanni, perennemente in lotta col padre e debolmente difesa dalla madre. Le scene di vita in famiglia sono presentate come una serie di feedback a punteggiare la vita affettiva di Diane che è molto movimentata e piena di insuccessi. La sua fragilità nell’alternarsi delle varie storie, le sue illusioni e disillusioni, la ricerca e l’insoddisfazione, il bisogno di essere amata e la sensazione di sentirsi più svuotata, più umiliata e più abbrutita dopo ogni relazione finita male è raccontato dal regista senza prendere posizione, senza offrici soluzioni interpretative, assumendo quasi egli stesso l’atteggiamento dello spettatore che sta a vedere come va a finire. E la fine si delinea a poco a poco: ogni nuova avventura è sempre più breve e&nbsp; vissuta nel segno della ripetizione di esperienze via via&nbsp; più degradanti e autodistruttive fino all’epilogo tragico, ed in fondo atteso, della morte di lei per mano di un’altra delle solite avventure rimediata in un bar.<br>Come in ogni buon film il senso di partecipazione allo spettacolo è forte, la trepidazione per le sofferenze della protagonista autentica, ed autentico è anche il senso di immedesimazione.<br>Perché, ci si chiede, la protagonista non si accorge che i suoi uomini sono la fotocopia l’uno dell’altro? Perché non vede che uguali sono le situazioni, gli esiti che generano, le emozioni che le provocano? Come spettatori ce ne rendiamo conto. Come ci rendiamo conto che&nbsp; Diane ricerca l’approvazione, la stima, l’amore e che li ricerca in chiunque le faccia anche solo balenare l’idea che la sua fame sarà saziata, senza chiedersi se quanto le viene offerto finirà per avvelenarla.<br>I frequenti feedback aiutano lo spettatore a capire che per Diane il suo Mr. Goodbar è la figura paterna, che negli altri uomini ricerca l’affetto e la considerazione che avrebbe desiderato ottenere da lui, ma che sta proprio in questa sostituzione ciò che vanifica la sua ricerca. Ma se lo spettatore riesce a comprenderlo, perché Diane no? Perché si tortura in questo modo? Perché continua a farsi trattar male, a farsi disprezzare ed umiliare?<br>Proviamo a trovare qualche risposta alla domande che ci poniamo su Diane seguendo la storia clinica di Anna.<br>Anna ha venticinque anni quando la vedo per la prima volta. È una bella ragazza mora, non molto alta. Come Diane anche lei vive con padre, madre e una sorella. Lei è la più grande, i genitori si sono sposati quando già la aspettavano.&nbsp; Anna riferisce che i suoi&nbsp; litigano continuamente, sono chiaramente scontenti l’uno dell’altra, e questo la fa sentire in colpa, pensa che la responsabilità sia sua che in qualche modo li ha costretti a sposarsi. Mentre la madre sembra chiusa in una sua impenetrabilità depressiva e ansiosa dove non c’è spazio altro che per le sue lamentele e la sua rabbia repressa, il padre sembra trovare un momento di allegria e di sollievo solo quando si rivolge alla sorella di Anna. Anna si è resa conto da sempre di questa preferenza, se ne è sempre sentita ferita, ci ha lottato contro come ha potuto. Non c’è stato niente da fare.<br>Con dolore narra e rinarra dell’ attesa ansiosa del padre alla sera, dell’eccitazione al pensiero di mostrargli l’ennesimo bel voto preso a scuola. L’approvazione del padre arrivava sì, i complimenti anche, ma senza gioia, senza quella gioia che gli vedeva negli occhi per qualunque cosa facesse la sorella. Ed in Anna scendeva allora quel gelo che solo i genitori a volte sanno suscitare: un gelo che generava una rabbia sorda prima di tutto verso se stessa. In camera sua si mordeva con forza le mani fino a farle sanguinare per provare un dolore che la distraesse&nbsp; da quello che sentiva dentro.<br>Un giorno accompagnò il padre dal meccanico. Era felice perché si era appena diplomata e si stavano preparando per andare in vacanza, e poi era sempre contenta quando poteva stare col padre. All’auto serviva un controllo prima della partenza. Il padre e il meccanico erano evidentemente amici, scherzavano e c’era complicità tra loro. Il meccanico si interessò subito a lei, fece i complimenti al padre per una così bella ragazza, e mentre era chino sulla macchina la guardava con una sorta di impudenza, come lei mi raccontò.<br>Tornati dalle vacanze telefonò immediatamente al meccanico, che era sposato e aveva due figli. La relazione durò poco e Anna si chiese a lungo perché aveva scelto proprio lui per la sua prima volta. Quando cominciai a vederla, la lista delle avventure era ormai molto lunga. Non era quasi più importante che gli uomini che incontrava le piacessero o meno, si sentiva come costretta ad allungare la lista. Ma non era per il disordine della sua vita affettiva che mi aveva contattato, ma perché da due anni una depressione le aveva fatto interrompere gli studi e lasciare l’Università.<br>Ci volle molto tempo perché cominciasse a rendersi conto che era la sua stessa condotta avvilente e autodistruttiva che le impediva di curarsi in maniera diversa di quegli aspetti di sé&nbsp; che, così trascurati, generavano un malessere sempre maggiore. &nbsp;<br>Perchè Anna, già all’inizio della terapia, si rendeva conto che la sua promiscuità sessuale rappresentava il sostituto di qualcos’altro, l’ennesimo uomo non l’avrebbe aiutata a sentirsi meglio, nondimeno non riusciva a comportarsi diversamente, non poteva fare altro per calmare almeno temporaneamente l’angoscia che la opprimeva, anche se sapeva che dopo sarebbe stata peggio. Quando mi raccontava delle sue avventure spesso mi dava l’impressione di sentire gli uomini come i tossicodipendenti sentono le sostanze: pericolose ed indispensabili.<br>Perché allora, se “si sa”, se si ha consapevolezza, perchè Anna e Diane ripetono i loro comportamenti?<br>E’ contenuto proprio in questo verbo “ripetere”, il significato di quanto stiamo cercando.<br>In ogni psicoterapia arriva il momento in cui il paziente inizia a reagire al terapeuta come se questi fosse una delle persone significative del suo passato. Il paziente usa quello che accade nella terapia per incastonarlo nella sua storia passata e rivivere nel qui ed ora, emotivamente, quanto proviene da allora: nel ripetere appunto, nella terapia, esperienze del passato. Il terapeuta diventa di volta in volta qualcuno da amare, da blandire, da temere, con il quale arrabbiarsi, discutere etc. E’ la cosiddetta nevrosi di traslazione e all’interno di essa si realizza quella incessante e ineluttabile ripetizione che proprio per questa caratteristica di coercizione Freud chiamò coazione a ripetere, con la mente rivolta al Nietzsche dell’”eterno ritorno dell’uguale”.<br>Il paziente è totalmente inconsapevole di quanto sta mettendo in atto, è compito dell’interpretazione mettere in luce quanto sta accadendo, operando una sorta di disvelamento. Per inciso l’analisi della traslazione, o transfert, momento fondamentale e centrale della terapia, è l’elemento che più di ogni altro differenzia la psicoanalisi da tutte le altre forme di psicoterapia.<br>Aggiungiamo che il lavoro di interpretazione del trasfert, anche su uno specifico problema, si ripeterà molte e molte volte nel corso della terapia. Non basta una chiarificazione per modificare un comportamento dettato dalla coazione a ripetere. Se non fosse così, le terapie diverrebbero molto più brevi.<br>La coazione a ripetere è un cardine di tanta elaborazione psicoanalitica perché è anche un cardine del funzionamento della vita psichica.<br>Gran parte dei comportamenti, dei pensieri e delle emozioni rispondono ai dettami della coazione a ripetere. Ci si accorge dei suoi effetti quando si guarda alle scelte affettive, come dimostrano gli esempi di Diane e di Anna, o come hanno chiaramente mostrato numerose inchieste&nbsp; che sono state condotte in paesi come gli Stati Uniti, dove l’istituto del divorzio ha una storia più lunga della nostra, e che hanno mostrato come spesso, nei casi in cui ci si risposa, la scelta dei nuovi partner ricalca, per caratteristiche psicologiche, quella dei vecchi.<br>O i suoi effetti si vedono anche quando nei rapporti di lavoro ci si trova&nbsp; a vivere regolarmente situazioni di forte competizione con i colleghi e di marcata conflittualità con i superiori. Conflittualità che rende&nbsp; rabbiosi perché ci si sente trattati male, o depressi quando si pensa di essere stati tropo aggressivi.<br>O ancora quando sembra che gli amici siano sempre al di sotto delle nostre aspettative, superficiali e inaffidabili, pieni di difetti, e deludono in continuazione.<br>O infine quando ci si sente delusi anche dai figli. Non sono come li vorremmo e sono invece problematici, irritanti, scostanti.<br>Perfino nel sentire personale ciascuno di noi ha esperienza di quando non si riesce ad evitare di incorrere in azioni, in modi&nbsp; di dire e di pensare che esitano in fatti negativi, sui quali rimuginiamo a lungo, per i quali ci colpevolizziamo. Ci sforziamo di non farli accadere più, cerchiamo di prendere delle precauzioni, ma si ripropongono automaticamente.<br>Ci si accorge dei suoi effetti, ho scritto, ma in realtà chi li vive non se ne accorge.<br>Proviamo a capire. Nel 1920 Freud scrive “Al di là del principio di piacere”. Era da poco terminata la prima guerra mondiale, la Grande Guerra, e Freud si era trovato ad osservare molti pazienti che avevano sviluppato una nevrosi traumatica di guerra. Una delle caratteristiche di questi nevrotici era quella di risognare continuamente la situazione che li aveva traumatizzati.<br>Freud notò come questo fatto contrastasse fortemente con la sua convinzione che i sogni siano appagamenti di desideri. Inoltre come poteva spiegarsi il fatto così singolare che una scena traumatica e dolorosa invece di essere evitata si ripresentasse frequentemente? &nbsp;<br>In quello stesso periodo Freud ebbe l’opportunità di stare per qualche tempo in compagnia di un suo nipotino di circa un anno e mezzo. Il bambino aveva l’abitudine a volte di scagliare oggetti lontano da sé e lanciare nel contempo un grido caratteristico, una specie di oh-oh-oh.&nbsp; Un’altra volta Freud notò che il bimbo si posizionava davanti a uno specchio che arrivava quasi fino a terra, poi si accoccolava sul pavimento fino a sparire dallo specchio e poi riappariva tutto compiaciuto. E questo per molte volte.<br>In un’altra occasione il bimbo aveva un rocchetto legato con un filo. Scagliava&nbsp; il rocchetto oltre il bordo del letto fino a sparlo scomparire dalla vista lanciando il suo caratteristico oh-oh-oh.&nbsp; Poi tirava il filo, il rocchetto riappariva e il bambino allora gridava “da” che in tedesco significa “qui”. Anche questo gioco venne ripetuto molte volte. Cosa significava? Una mattina la madre del bimbo si era preparata&nbsp; per uscire, quando venne a salutarlo il bimbo disse “ mamma oh-oh-oh”. Allora Freud finalmente capì: l’oh-oh-oh stava per la parola “fort” che in tedesco significa “via”. Quindi sia nel gioco del rocchetto che in quello dello specchio il bambino rappresentava una sparizione ed un successivo ritorno, un “ fort-da” che aveva la funzione di rassicurarlo sul fatto che la mamma sarebbe tornata. Ma perché ripetere questa scena che procurava certo il piacere del ritorno, ma anche l’ansia dell’assenza e quindi di nuovo&nbsp; il dolore? Freud collegò il comportamento del bambino al sogno dei traumatizzati in guerra. Noi sappiamo&nbsp; che la paura, l’ansia (o l’angoscia come si dice in tedesco con lo stesso termine “angst” ) sono segnali di preparazione al pericolo, mettono l’organismo in all’erta. Ma nel caso delle nevrosi traumatiche è come se questo allarme fosse mancato, come&nbsp; se l’ansia avesse fallito il suo compito di segnale e non avesse adeguatamente&nbsp; preparato l’organismo a respingere un quantitativo di eccitamento, di qualunque tipo fosse, che l’organismo non riuscì a gestire. Da questo dipese il trauma. Lo scopo del sogno, nel riproporre incessantemente la situazione traumatica, corrispondeva allora al tentativo di proteggere retrospettivamente il sognatore con un messaggio del tipo: “vedrai, questa volta il segnale d’allarme funzionerà, questa volta ti proteggerà”, come se un controllo a posteriori potesse funzionare in ogni caso come un tentativo di guarigione.<br>E qual è il filo che unisce queste considerazioni al bambino?<br>Il bimbo con il suo scagliare gli oggetti, o col gioco del rocchetto, non rivive solo un fatto ma, come fa il sogno, lo rievoca e lo reintepreta. Lanciare lontano gli oggetti è come allontanare qualcuno da sé, allontanare la madre. In questo modo non è più lui che subisce l’abbandono, ma in una specie di rovesciamento dei ruoli, è lui che lo provoca.&nbsp;&nbsp; “Non sei tu che mi lasci” sembra dire il bimbo, “sono io che ti mando via”. Così egli tenta di controllare l’angoscia ed il dolore dell’abbandono, ed anzi da questo controllo trae anche il piacere della vendetta.<br>Ma a lungo andare quello che si ottiene con queste ripetizioni è in realtà solo un aumento di sofferenza, perché ciò che si finisce per reiterare non è che una situazione dolorosa,&nbsp; anche se si tenta di controllarla.<br>Questo è quanto possiamo osservare&nbsp; nei comportamenti di Anna e Diane.<br>Anche loro cercavano di ottenere il controllo attraverso la ripetizione; il loro comportamento rispondeva all’imperativo: “riprova, questa volta ci riuscirai, questa volta sarai finalmente amata ed apprezzata”. Il fatto di non riuscire (lo scagliare gli oggetti del bimbo in realtà non lo proteggeva dalle uscite della mamma né dal dolore che queste gli procuravano) contribuiva inoltre ad abbassare ulteriormente la loro autostima e a determinare scelte sempre meno dignitose e, anche, frettolose.<br>In questo la coazione a ripetere è parente strettissima del masochismo, entrambi realizzano oggi un comportamento rispondendo però a fantasmi del passato. Ma anche con una differenza importante:&nbsp; nel caso della coazione è inesistente qualsiasi tipo di piacere, o se una volta c’era stato, si è definitivamente perso.&nbsp; &nbsp;<br>Come abbiamo visto le manifestazioni della coazione a ripetere possono essere colte e analizzate nella terapia principalmente durante la nevrosi di trasfert. Ci siamo anche resi conto di come essa attenga proprio a quei ricordi che non sono riusciti ad ottenere una ritrascrizione adatta, cioè una trasformazione, perché sono mancate le condizioni affettive e personali che l’avrebbero resa possibile.<br>“Si ripete invece di ricordare” diceva Freud. Ricordare etimologicamente significa “rimettere nel cuore”, nella coazione a ripetere invece l’aspetto restitutivo, riparativo è mascherato, nascosto anzi viene escluso dalla ripetizione stessa. In tale senso però la coazione a ripetere definisce anche l’asse di un continuo rilancio del gioco che non può esaurirsi perché è mosso da un desiderio inappagato, ed un desiderio inappagato non rinuncia mai a cercare il suo pieno soddisfacimento. Tutte le ripetizioni, tutte le trasformazioni e sostituzioni non potranno sopprimere la sua persistente tensione. Nella ripetitività oltre la sofferenza c’è anche una continua richiesta di cambiamento e di soddisfazione, richiesta che in quella che Freud chiama “ palestra del trasfert”, proprio lì da dove eravamo partiti dunque, può diventare opportunità di cambiamento, possibilità di sviluppo, generatrice di nuovi scenari. Certo la ripetizione da sola non basta, il gioco si consuma nel conflitto e nell’incontro con l’altro diverso da sé, con il terapeuta in questo caso, ma senza la ripetizione non ci sarebbe gioco né possibilità di cambiamento.<br>Proprio alla coazione a ripetere, al suo far procedere incespicando, si attagliano i versi di Friedrich Rückert che Freud cita al termine di “Al di la del principio del piacere” e che recitano: “ciò che non si può raggiungere a volo, occorre raggiungerlo zoppicando. La Scrittura dice che zoppicare non è una colpa”.</p>



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		<title>Alcol, droga, cibo. Psicoanalisi e dipendenze</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Nov 2022 18:50:20 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Il tema che andremo ad affrontare oggi riguarda il grande capitolo delle dipendenze. Dipendenza è termine che indica chiaramente un legame con una persona o una cosa nei confronti della quale si ha un rapporto di sottomissione.<br>Nei paesi anglosassoni dipendenza è tradotto con addiction, termine a sua volta derivato dal latino addictus, che nella Roma antica indicava la condizione di chi era diventato servitore o schiavo perché non aveva pagato un debito. Attualmente il campo delle dipendenze si è molto allargato rispetto a quelle che possiamo definire le vecchie dipendenze (alcol, fumo, farmaci e droghe) e che riguardano il bisogno ripetuto e coercitivo di assumere una sostanza.&nbsp;Le nuova dipendenze fanno riferimento a comportamenti che generano dipendenza senza l’assunzione di una sostanza esterna.</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" src="https://www.waltercreatipsicologoavezzano.it/wp-content/uploads/2022/11/pexels-mart-production-7230269-683x1024.jpg" alt="" class="wp-image-129"/></figure>
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<p class="wp-block-paragraph">E’ il caso del gioco d’azzardo, dello shopping compulsivo, della dipendenza da Internet e dalla pornografia, ma anche dal sesso o dal lavoro. Infine è sempre molto diffusa la più classica e antica delle dipendenze, che è quella di tipo affettivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Preliminarmente, ed in linea generale, possiamo dire che un elemento che accomuna tutte le dipendenze è che esse sono utilizzate per tener lontano il dolore psichico, ma il rimedio che è rozzo ed immediato, perché non presuppone nessun percorso, nessuna ricerca o studio, finisce per rivelarsi peggiore del male causando più danni e malessere di quelli che voleva evitare.<br>Oggi ci soffermeremo principalmente sulla dipendenza da alcol e droga. Il titolo del seminario fa riferimento anche alla dipendenza da cibo, perché tutte sono dipendenze caratterizzate dal mettere dentro qualcosa, o dal rifiutarsi di farlo, come nel caso dell’anoressia. Ma nel corso della preparazione mi sono reso conto che introdurre anche l’elemento cibo avrebbe reso troppo lunga l’esposizione.<br>Alla fine verrà anche presentato un caso che racconta della dipendenza da alcol e droga.&nbsp;<br>Intanto stabiliamo quando un’abitudine o un comportamento può essere definito dipendenza.<br>L’uso di sostanze può anche non comportare alcun tipo di problema. Ad esempio tantissimi consumatori abituali di alcol non manifesteranno mai nella loro vita problemi correlati con l’alcol. A volte l’uso può trasformarsi in abuso, quando per esempio avviene in condizioni che collidono con precetti normativi, sociali o sanitari, come la guida in stato di ubriachezza, ad esempio o come quando, semplicemente, si esagera.&nbsp;<br>La dipendenza invece è la necessità di assumere la sostanza per compensare una alterazione dell&#8217;equilibrio biologico e psicologico indotta dalla sostanza stessa. E’ questo il carattere peculiare della dipendenza: l&#8217;assunzione della sostanza ridona alla persona in astinenza un equilibrio apparente, equilibrio che sembra restituire una condizione di normalità.<br>Non si considera dipendenza la necessità di assumere una sostanza se questa non corregge uno stato di squilibrio da essa stessa determinato. Ad esempio non possiamo considerare dipendenza l’astinenza derivante dall’uso di oppiacei nella terapia del dolore neoplastico; questo dolore non è stato indotto dall’assunzione della sostanza, esisteva già prima. Né si fa più distinzione tra dipendenza fisica e psichica: i sistemi interessati dalla dipendenza rappresentano l&#8217;anello di congiunzione tra biologico e psicologico, tra mente e corpo.<br>Soffermiamoci in primis sulla dipendenza da droghe, che è quella che meglio si presta, per le sue caratteristiche, a riassumerne e manifestarne i caratteri salienti.&nbsp;<br>L&#8217;incontro con la sostanza che causa la dipendenza è profondamente trasformativo: la persona fa una esperienza che lo cambia, che diviene un riferimento non cancellabile. Ogni esperienza successiva viene inevitabilmente paragonata a quella, e se non adeguatamente elaborata ne uscirà perdente. Cos’altro infatti dona un tale piacere e un tale dolore se manca? Perché rinunciarci? Anche quando la vita diventa completamente rovinata dalla droga, al tossicodipendente sembra che niente possa essere scambiato con essa….&nbsp;<br>Inoltre le stesse modalità di approvvigionamento della droga sono così pericolose ed emozionanti, che anch’esse divengono parti in commedia e recitano un ruolo amplificante gli effetti della sostanza, rendendola ancora più appetibile.<br>Queste caratteristiche connesse all’uso della droga modificano sostanzialmente non solo l’approccio psicologico alle vicende della vita, ma in qualche modo omologano i tossicodipendenti nei loro comportamenti rendendoli molto più simili tra loro di quanto lo erano prima della tossicodipendenza. Essi condividono il bisogno compulsivo di introdurre la sostanza, di annullare qualsiasi distanza tra sé ed essa, qualsiasi ostacolo; l’astinenza, che corrisponde a vissuti e sentimenti depressivi, genera un vuoto che non è colmabile che dalla sostanza. Tutto il resto appare grigio e sfocato, senza valore. Con la droga si istaura un rapporto fusionale profondissimo, totalizzante, che niente può sostituire. Talmente appagante che anche quando per scelta si rinuncia ad essa la dimensione nostalgica è fortissima. E nel caso di astinenza prolungata, come nel caso di un amore finito, il tempo tende a scolorire gli aspetti negativi e rinforza quelli postivi, creando la possibilità di ricadute. Il soggetto ha la sensazione di non vivere, di trovarsi in un limbo dove tutte le sensazioni sono colorate negativamente.&nbsp;<br>Questi aspetti caratterizzano specificamente i vissuti psicologici e comportamentali dei tossicodipendenti, e li accomunano a prescindere dalla loro storia personale, dalle condizioni sociali, culturali e familiari perfino dal tipo di sostanza assunta. Anche se tra un alcolista e un eroinomane possono esistere differenze caratteristiche, tuttavia quello che li unisce è molto più di quello che li divide.<br>Ad esempio gli aspetti sociali spesso associati alla tossicodipendenza quali comportamenti devianti e criminali, trascuratezza per il proprio aspetto e la propria salute, senso di irresponsabilità, etc. hanno a volte un ruolo confondente, spingendo a considerare diverse le problematiche del tossicodipendente benestante e colto (in cui si tende a riconoscere una psicogenesi significativa) da quelle del tossicodipendente appartenente a classi sociali inferiori per il quale si privilegiano interventi rieducativi o restrittivi. Ma il nucleo psicopatologico rimane lo stesso e anche un piano terapeutico deve essere modulato in relazione alle stesse identiche domande fondamentali.<br>Con l’alcol di solito si comincia molto presto, a volte in famiglia, complice una cultura che afferma che durante l’allattamento le donne devono bere birra perché fa latte o che un bicchiere di vino a un bambino di 5/6 anni fa bene perché il vino fa sangue. I pediatri parlano ormai di baby dipendenza, ci sono ragazzi che presentano sintomi di dipendenza alcolica prima dei 14 anni e il picco d’uso tra gli adolescenti si situa tra i 17 e i 19 anni, quando prima dei 18 anni non ci sono ancora gli enzimi che consentono la metabolizzazione dell’alcol, e quindi l’effetto è molto più forte. A bere si comincia spesso per caso, per stare con gli amici, per sentirsi uguali più adulti. Poi arriva anche l’effetto piacevole: ci si sente più sicuri, più liberi, si socializza più facilmente, soprattutto scompaiono le ansie, le insicurezze, il senso di inadeguatezza e il dolore che provocano le difficoltà della vita. Il desiderio di riprovare questo stato spiega il binge drinking del fine settimana, lo sballo: il bere fino a stordirsi per evitare che le sensazioni spiacevoli possano anche solo riaffacciarsi.<br>Eppure l’alcol è una iattura: è la prima causa di mortalità giovanile sotto i 24 anni, e anche quando l’eroina era sugli scudi (negli ultimi tempi è un po’ decaduta) con i suoi quasi 1000 morti l’anno, i morti provocati dall’alcol erano venti volte tanto o direttamente per malattie ad esso legate, cirrosi, epatite etc., o per gli incidenti derivanti dal suo uso.<br>Anche i primi contatti con gli spinelli seguono la stessa strada del consumo di alcol, anzi molto spesso sono consumati insieme, l’uno apre la porta all’altro e viceversa. Nel caso dell’erba, che comunque ha un grado di pericolosità molto minore dell’alcol, l’aspetto ludico è certamente in primo piano e nella gran parte dei casi le esperienze con l’erba sono temporanee e senza importanza. Quello che invece può segnare la differenza, come vedremo meglio tra poco, è il significato suppletivo che può assumere l’uso di sostanze.&nbsp;<br>E’ importante che i genitori, che rappresentano la prima risorsa nella lotta alla tossicodipendenza e all’alcolismo, prestino molta attenzione e si preoccupino se notano un cambiamento nelle abitudini, nelle amicizie, se c’è un calo nel rendimento scolastico etc.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>TIPI DI DROGA</strong><br>Passiamo ora in rassegna i vari tipi di droga, dando per scontato che dell’alcol abbiamo tutti un’idea abbastanza chiara.<br>La marijuana è una droga ottenuta dalla canapa indiana (cannabis indica), le cui foglie essiccate vengono fumate o ingerite. L’hashish (il cosiddetto fumo) è invece ottenuto dalla resina della pianta, ha un contenuto di principio attivo 8 volte superiore. Anch’esso può essere fumato o ingerito. Gli effetti indotti dall&#8217;uso di cannabinoidi sono svariati e hanno differente intensità a seconda del soggetto e della quantità di principio attivo THC presente. I principali effetti riguardano rilassamento psichico e muscolare, analgesia, euforia, diminuzione degli stati d’ansia, anche se a volte viene invece riferito un aumento dell’ansia e raramente il manifestarsi di fenomeni psicotici passeggeri o di effetti psichedelici. Di recente vengono commercializzate varietà con concentrazioni sempre maggiori di principio attivo con evidenti ripercussioni sull&#8217;entità degli effetti.&nbsp;<br>La coltivazione e il consumo della canapa sono quasi dappertutto illegali, anche se in diversi paesi si stanno portando avanti esperimenti di legalizzazione o liberalizzazione con risultati incoraggianti. Credo che anche per quanto riguardo la legalizzazione della canapa vadano fatte le stesse considerazioni che si fanno per le droghe legali, come alcol e tabacco, o per quelle attività che generano dipendenza senza ingestione di sostanze come il gioco d’azzardo o le altre elencate prima. In altri termini non è comprando un gratta e vinci che si contrae il cosiddetto gambling (la compulsione al gioco d’azzardo), né bevendo un bicchiere di vino o fumando uno spinello che si diventa preda del craving (termine con il quale si intende il forte ed irrefrenabile bisogno di droga o di alcol che si manifesta durante l’astinenza). In questo senso è possibile provare anche a dare risposta alla domanda che si pone spesso se la cannabis rappresenti una droga di passaggio, se cioè un suo uso in adolescenza condurrà all’utilizzo delle droghe pesanti. Sono due i fattori di cui tenere conto: da un lato la quantità. Se infatti la letteratura scientifica è abbastanza discorde sulla dannosità dei cannabinoidi (da qui uno dei motivi della resistenza alla legalizzazione o liberalizzazione) è però concorde sulla dannosità dell’abuso. Se l’uso è a scopo ludico, divertente, se le quantità non vengono costantemente aumentate, allora il problema del passaggio alle droghe pesanti non si pone e vale l’esempio del gratta e vinci di prima. Se invece ci si avvicina ad essa utilizzandola come sostituto atto a riequilibrare i propri stati interni, allora il passaggio diviene molto probabile proprio per le caratteristiche stesse dell’assunzione delle droghe, che per ottenere lo stesso effetto necessitano di essere aumentate nelle dosi e allora anche l’approccio iniziale è tale che in breve tempo si può instaurare una dipendenza.&nbsp;<br>Quindi quale secondo e più importante fattore, come per tutti gli altri casi di dipendenza, è fondamentale il motivo per cui si inizia, la personalità premorbosa, diciamo.&nbsp;<br>L’eroina, una droga alla quale sono giustamente legate le peggiori immagini riguardanti la tossicodipendenza, è un derivato dell’oppio, a sua volta ricavato dalla resina collosa che trasuda dai semi di papavero. L’oppio è stato usato per secoli (veniva fumato, infuso o mangiato), per le sue qualità analgesiche, euforizzanti e sedative. La trasformazione dell’oppio in morfina e poi in eroina e la possibilità di iniettarlo ne ha potenziato enormemente l’effetto rendendolo inoltre immediatamente attivo. Le sostanze che provocano maggiore dipendenza sono infatti proprio quelle che agiscono prima. Per esempio gli eroinomani preferiscono l’eroina alla morfina non perché il loro effetto sia diverso (quando passa la barriera ematoencefalica infatti l’eroina viene trasformata in morfina), ma perché gli effetti sono più immediati.&nbsp;<br>Tali effetti, specie nelle prime assunzioni, durano circa due ore. Immediatamente si ha il tipico flash della durata di circa 1 minuto, che provoca un piacere orgasmico in tutto il corpo, senso di calore e depressione dei centri respiratori. In seguito sopravvengono rallentamento del pensiero, cambiamento dell’umore, dilatazione o accorciamento del senso del tempo. Dopo circa un’ora si manifesta il massimo effetto caratterizzato da senso di pace e rilassamento totale, esaltazione interiore e euforia, anestesia fisica e psicologica, sensazione di vivere quasi un’esperienza mistica. Come effetti collaterali negativi si hanno sudorazione fredda, vomito, palpitazioni cardiache, difficoltà respiratorie. In caso di astinenza sopraggiungono depressione, agitazione, crampi, diarrea. All’inizio per uso ludico la dose può essere di circa 5 mg (per una dose letale ce ne vogliono 100 mg, venti volte di più). Ma la tolleranza (che è l’assuefazione delle strutture nervose alle dosi e che per essere adeguatamente eccitate richiedono quantitativi sempre maggiori) induce i tossicomani ad assunzioni sempre più massicce fino a 5 grammi al giorno (divisi in più dosi) quindi ad un quantitativo 50 volte maggiore della dose letale iniziale. Questo il motivo delle morti per overdose.&nbsp;<br>Si sono molto diffuse negli ultimi tempi anche le droghe sintetiche: quelle che provocano stati allucinati tipo la vecchia LSD, altre tipo l’ecstasi, le amfetamine o la Ketamina che hanno effetti disinibenti e facilitanti,&nbsp; lo speed che è un composto di amfetamine e cocaina o il superpill che è un composto di ecstasy e viagra e si può comprendere facilmente a cosa serva. Una menzione speciale va al crack che è sostanzialmente cocaina che viene fumata, entra in circolo prestissimo, nel giro di 10/15 secondi, ma può essere ancora più pericolosa.&nbsp;<br>Per ultimo parliamo proprio della cocaina, la sostanza pesante più utilizzata oggigiorno. Viene estratta dalle foglie della coca principalmente in America Latina. Anche le foglie di coca, come l’oppio, sono state utilizzate per millenni per le loro capacità calmanti, anestetizzanti e di aumento della capacità di sopportare la stanchezza, ma come per l’eroina, la trasformazione in cocaina ne ha moltiplicato gli effetti. Essa provoca uno stato euforico, maggiore facilità di relazione, eliminazione del senso di stanchezza, del sonno, della fame, un aumento della libido. Quando finisce l’effetto si ha un crollo verticale, con grande senso di spossatezza, incapacità di dormire e profonda depressione.&nbsp;<br>Per le sue caratteristiche, per il tipo di assunzione facile e veloce, “pulita”, per il suo aspetto etereo, non pericoloso, per il fatto di facilitare la comunicazione e di non dover essere consumata in solitudine o in luoghi squallidi e sporchi, la cocaina ha scalato velocemente le classifiche di vendita, in alcuni ambienti è diventata quasi uno status symbol, ed in breve è assurta al ruolo di droga pesante più diffusa a livello planetario.&nbsp;<br>A proposito di questa diffusione, verranno ora lette le prime pagine dell’ultimo libro di Roberto Saviano dedicato proprio alla cocaina intitolato “Zero, zero, zero”.<br>Generalmente le tossicomanie “pure” da cocaina (cioè non associate all’uso o abuso di altre sostanze) si manifestano in persone che presentano un livello economico e di integrazione sociale buono, al contrario degli eroinomani che in genere provengono da classi sociali svantaggiate. Il cocainomane riesce normalmente a tenere tutti all’oscuro della sua condizione, e il suo buon livello di integrazione può essere mantenuto fino al momento di crisi, coincidente normalmente con la fine della disponibilità economica, di problemi sul lavoro o di azioni illegali.<br>Le caratteristiche stesse della cocaina fanno sì che spesso dietro ad essa troviamo una storia di ricerca del piacere, del divertimento, a differenza di quanto succede con gli eroinomani dove il ricorso alla sostanza appare più come tentativo di autocura rispetto alle difficoltà personali. Ma questa differenza è più apparente che reale, come vedremo.<br>Comunque proprio queste peculiarità fanno sì che i tossicomani da cocaina abbiano maggiore difficoltà a rendersi consapevoli del loro bisogno d’aiuto fino, appunto, alla crisi che irrompe inaspettata, rappresentando a volte un’occasione di potersi fermare e riflettere su se stessi, cercare una relazione d’aiuto e prendersi uno spazio di cura per sé.&nbsp; &nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>ASPETTI PSICOLOGICI</strong><br>Soffermiamoci ora sugli aspetti psicologici che riguardano le dipendenze.<br>La dipendenza non entra nella storia dell’uomo con le sostanze, è qualcosa con cui si è sempre coinvolti, sin dalla nascita, è la condizione iniziale di sopravvivenza e ci accompagna per tutta la vita: è la capacità di vivere insieme, di interiorizzare i legami e contemporaneamente di porsi tra gli altri differenziandosi. Dato che l’adolescenza è il periodo in cui si ricapitolano e vengono al pettine i nodi che hanno caratterizzato la vita affettiva e relazionale fino a quel momento, dobbiamo prendere in considerazione una stretta connessione tra una dipendenza affettiva conflittuale (base di ogni disturbo psichico) e l’uso di sostanze stupefacenti, dato che è proprio in questo periodo che solitamente si inizia ad usarle.<br>Approfondiamo questo aspetto. La dipendenza totale dalla madre è la condizione di sopravvivenza iniziale. Crescendo il desiderio e la necessità di diventare più autonomi aumentano fino al momento dell’adolescenza, quando le esigenze di crescita e indipendenza entrano in conflitto col persistente attaccamento ai genitori. E’ un momento cruciale: più il desiderio di autonomia, il bisogno di altri al di fuori della famiglia, le spinte sessuali si fanno sentire, più la paura di affrontare il nuovo, l’ignoto, senza la protezione genitoriale, mette paura. In questo periodo si definiscono in forma stabile sia l’identità sessuale che il senso del proprio vero Sé, per cui la dipendenza familiare è temuta e vissuta come minacciosa per la propria identità. Al tempo stesso l’ingresso nel mondo può risultare difficile e frustrante e quindi avere la certezza di poter ogni volta tornare nel nido per recuperare le forze in un ambiente che si conosce bene, è rassicurante. In questo contrasto tra l’eccitamento fornito dal nuovo, le difficoltà che esso presenta, la precarietà di un assetto narcisistico che continuamente viene messo alla prova, il ricorso alle sostanze può rappresentare una delle modalità di risposta per ridurre la tensione, per fuggire dall&#8217;ansia e dalla depressione. In altri termini l’utilizzo di sostanze stupefacenti può essere un modo per sedare il conflitto inerente le relazioni ambivalenti, per lenire il dolore della ferita narcisistica che si manifesta nel sentimento di dipendenza conflittuale dall’oggetto esterno, cioè i coetanei e tutto il mondo nuovo che gira loro attorno, ma che rinvia a quella non ancora risolta nei confronti degli oggetti genitoriali.<br>La droga, il bere possono diventare un mezzo per padroneggiare gli scambi tra sé e l&#8217;oggetto e stabilire distanze tollerabili. Ma le sostanze possono anche servire per migliorare le performances in campo scolastico, sportivo e ricreativo, ed ottenere così maggiori rifornimenti narcisistici per rassicurare un Io sotto pressione.<br>Poiché però l‘adolescenza è un periodo che attraversano tutti ma non tutti diventano tossicomani o alcolisti, cerchiamo di capire se possono esserci delle particolarità caratteristiche nella storia di queste persone. Cominciamo col dire che l’adolescenza, più che le altri fasi di passaggio della vita, si affronta bene se ci si arriva bene, cioè con un equilibrio sufficientemente buono, che significa, dunque, un giusto equilibrio tra dipendenza e indipendenza, una giusta distanza dagli oggetti d’amore infantili. Essere capaci di tenere una giusta distanza è un punto di arrivo fondamentale.<br>Abbiamo tutti esperienza, per esempio, della fase del bambino quando non tollera alcuna distanza dalla madre, quando non può essere lasciato solo. Il periodo in cui il bambino non ha ancora sviluppato la cosiddetta costanza d’oggetto, cioè la certezza che la madre esiste e si prende cura di lui anche se in quel momento non è presente. Per il bambino abituato alla costante presenza della madre, ogni situazione che ne preveda l&#8217;assenza apparirà inaccettabile, e dovrà provvedere a sostituirla con qualcosa che la rappresenti e sia sempre disponibile. Sarà l’orsacchiotto o la coperta di Linus, o un altro di quelli chiamati oggetti transizionali, oggetti cioè che stanno a metà tra la madre e il mondo esterno e che consentono il passaggio da questa a quello e viceversa.&nbsp;<br>In normali condizioni di sviluppo la situazione evolverà positivamente, il bambino riuscirà ad interiorizzare le relazioni importanti, a renderle stabili, e questo gli consentirà di creare dentro di sé una base sicura, un attaccamento sicuro che funzionerà sia da trampolino di lancio per le esplorazioni del mondo, sia da rifugio nel momento di riposo del guerriero.<br>Ma se per qualche motivo questo processo non fluisce normalmente, perché le condizioni sociali, culturali e psicologiche di coloro che dovrebbero favorirlo non concorrono a ciò, se il bambino non avrà accanto a sé persone in grado di prendersi cura di lui aiutandolo a crescere e rendersi autonomo, le cose potrebbero complicarsi molto.&nbsp;<br>Quando si parla di condizioni che non favoriscono adeguatamente lo sviluppo non ci si riferisce a quelle macroscopicamente evidenti come i maltrattamenti o gli abusi, ma a quelle situazioni che possono a grandi linee essere ricondotte all’interno di quella che chiamiamo non responsività, inadeguatezza nelle cure parentali o, come dicono gli Inglesi con un termine fortemente evocativo, “neglect” termine che sta a indicare trascuratezza, mancanza di attenzione, negligenza, omissione. In sostanza agenti di cure parentali che non sono in sintonia con i bisogni del bambino. Ed un bambino del quale non si riconoscono i bisogni, che non viene sufficientemente aiutato a crescere, non sviluppa prima le sue capacità, come si potrebbe erroneamente essere portati a credere, ma le sviluppa più tardi, se mai le sviluppa, e in ogni caso le sviluppa male.<br>Sentirà come una mancanza, una zoppia che lo obbligherà a ricorrere a dei sussidi che gli consentano di svolgere i compiti che la vita gli porrà dinanzi. E questi sussidi dovranno avere le qualità dell’orsacchiotto dell’infanzia, dovranno avere quel ruolo sostitutivo, intermedio tra la madre e la realtà, che egli allora attribuiva ad esso.<br>E’ in questo scenario che può inserirsi la sostanza. Ad essa, sempre presente e capace di nutrire e rassicurare, può essere affidato il compito di sostituire le figure dell’infanzia per avere quel supporto di cui ci si sente carenti.&nbsp;<br>&#8220;L’utilizzo di una droga (Jeammet, 1992) rimanda sempre ad un assetto perverso perché viene individuato un oggetto sostitutivo: questo oggetto deve essere sempre presente, sempre disponibile e quindi proteggere dalle angosce di separazione, ma non può essere interiorizzato. Esso resta in superficie, procurando sensazioni, non emozioni&#8221;. E’ da sottolineare l’aspetto della pronta disponibilità della sostanza che mette in evidenza Jeammet, perché proprio il suo essere un sostituto di relazioni profonde obbliga alla continua ripetitività dell’assunzione.&nbsp;<br>La droga o l&#8217;alcol cominceranno ad essere utilizzati come agenti deresponsabilizzanti per non sentire le proprie incapacità. Non si tratta solo dell’esigenza di stordirsi e dello &#8220;sballo&#8221; quindi, come può apparire ad un primo sguardo, ma spesso l’uso della sostanza rappresenta un maldestro tentativo di automedicazione per fronteggiare un profondo disagio emotivo e per migliorare l&#8217;adattamento sociale. Le teorie psicodinamiche più moderne tendono a considerare il comportamento tossicomane proprio come un riflesso dell&#8217;incapacità di prendersi cura di sé.&nbsp;<br>Comincia così il cammino che conduce questi ragazzi a instaurare un sistema di finzioni atto a difendere il precario senso d&#8217;identità raggiunto, negandone gli aspetti problematici. In tutti coloro che fanno uso di sostanze si evidenzia una condizione di vulnerabilità narcisistica, che i parenti e gli insegnanti tendono a descrivere come permalosità esagerata, associata a vissuti di vergogna, umiliazione e mortificazione, ma anche di rabbia come conseguenza di aspettative disattese. Marcata in tutti è l’ansia da prestazione. In questo senso, ad esempio, il ricorso alla cocaina che è la droga della forza e della potenza, può attrarre molto gli adolescenti che sono alla ricerca di una cura della vulnerabilità. Infatti il benessere indotto dalle sostanze non permette all&#8217;individuo di capire, di affrontare e tentare di risolvere i suoi problemi, ma lo induce all&#8217;abuso per poter rivivere le sensazioni piacevoli che lo introducono in un mondo che, seppur fittizio, è però rassicurante e a tratti esaltante. Perché i tossicodipendenti o gli alcolisti, che noi vediamo persi o barcollanti ai margini delle strade, condividono invece la loro scelta come una finzione eroica e come una protesta verso un mondo ostile. Questo artificio consente loro la recitazione di una superiorità emarginata e un disprezzo per i cosiddetti normali, nei confronti dei quali avanzano le loro esigenze con arroganza, colpevolizzandoli. Mostrano un diritto al risarcimento che li autogiustifica nella loro tendenza alla menzogna assolutoria, anche di fronte ad azioni illegali, come se a loro tutto fosse dovuto e permesso.&nbsp;<br>Insomma di “pregi” le sostanze ne hanno tanti e questi, uniti alla loro pronta diponibilità, spiegano le possibili ricadute anche nel corso delle psicoterapie, che perciò risultano difficili: la sostanza è sempre a portata di mano e qualunque difficoltà, qualunque intoppo nel processo terapeutico, può ricondurre verso la antica strada. Inoltre nei casi di dipendenze patologiche molto spesso si ha a che fare con la cosiddetta “doppia diagnosi”, cioè dipendenza da sostanze che si somma ad un disturbo psichico. Esiste infatti una correlazione tra abuso di sostanza e disturbi della condotta, comportamenti antisociali o disturbi psichiatrici superiore al 50%. Inoltre studi longitudinali hanno dimostrato che, negli studenti della scuola secondaria, la depressione del tono dell&#8217;umore precede il primo consumo di marijuana e di altre sostanze ma anche che l&#8217;abuso di sostanze in età evolutiva può slatentizzare un disturbo psichiatrico.<br>Per terminare, prima di passare alla lettura del caso clinico, vorrei spostare l’accento sulle ricerche fisiologiche che validano “scientificamente” le nostre teorizzazioni sulla clinica.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>FISIOLOGIA</strong><br>Alcuni ricercatori studiando il modo di funzionamento degli antidepressivi, in particolare di quelli che impediscono un troppo veloce riassorbimento dei neurotrasmettitori come SSRI e SRNI hanno trovato che la serotonina, che è detto anche l’ormone del buonumore, funziona bene se il genotipo del suo trasporter è del tipo long-long, se invece è del tipo short-short il trasporter non funziona come dovrebbe e la serotonina viene riassorbita troppo. Sull’altro neurotrasmettitore interessato anch’esso alle sensazioni di piacere, la dopamina, hanno riscontrato che perché ci sia una buona ricaptazione il suo recettore D2 deve essere di un certo valore, se è più basso, la dopamina non viene assorbita come dovrebbe. Questi dati riguardano quanto stiamo dicendo perché chi li presenta sono sia i depressi resistenti alle cure farmacologiche che gli utilizzatori di sostanze, in particolare i cocainomani. I ricercatori si sono anche chiesti se queste variazioni fossero di origine genetica o epigenetica (cioè variazioni che troviamo a livello genico ma che sono intervenute dopo la nascita). Per verificarlo hanno condotto una serie di esperimenti. In uno hanno preso un gruppo di topolini con livello di D2 normale, li hanno separati dalla madre e tenuti in isolamento senza cure parentali, misurato il D2 dopo qualche tempo tutti lo presentavano basso. Una volta cresciuti, in quelli che da adulti erano diventati dominanti, il livello di D2 si rialzava. Messi in una gabbia da esperimento dove la pressione di una leva elargiva cocaina, quelli con D2 alto la prendevano solo una volta, quelli con D2 basso ne facevano un uso continuo.<br>Altro esperimento: delle femmine di ratto che presentavano D2 normale sono state messe a contatto con individui aggressivi, in seguito mostravano alterazioni del D2 e, cosa ancora più impressionante, trasmettevano anche alla prole queste variazioni epigenetiche.<br>Ancora, una scimmia macacus rhesus allevata senza cure materne, presentava un alto livello di cortisolo, che è il cosiddetto ormone dello stress. Di fronte alla possibilità di bere acqua o vino, sceglieva il vino sbronzandosi per bene, al contrario degli altri individui che non erano stati allevati in isolamento, che preferivano l’acqua.<br>Poiché serotonina e dopamina sono neurotrasmettitori che afferiscono al nucleo accumbens, che è la struttura cerebrale che si trova al centro del cervello e che è la principale responsabile delle sensazioni di piacere, se esse non arrivano in misura sufficiente, per provare piacere si può ricorrere a qualcosa che offra una stimolazione suppletiva. Il guaio è che una volta che il nucleo accumbens si è abituato a rispondere a sostanze diverse, diviene sensibile solo a queste e le altre possibilità di provare piacere vengono notevolmente inibite. Così se noi fossimo cocainomani, la vincita della lotteria o la vittoria della squadra del cuore ci darebbe un piacere infimo rispetto ad un tiro.&nbsp;<br>E si è trovato che sia chi fa uso di sostanze sia chi mostra sintomi depressivi resistenti ai farmaci mostra un livello di D2 basso e di trasporter SS in misura doppia rispetto al resto della popolazione.&nbsp;<br>E perché non venga sottovalutata l’influenza delle buone cure materne e parentali nel far insorgere o meno questi problemi, uno studio in Moldova, dove in interi distretti i bambini sono a carico di padri e nonni perché le madri sono tutte in Europa o in Russia a fare le badanti, queste stesse percentuali di alterazioni epigenetiche sono state riscontrate nei bambini.<br>Tali ricerche confermano quanto era già emerso a livello clinico e cioè che in presenza di cure parentali adeguate, si riducono le possibilità che si verifichino quelle alterazioni che potrebbero condurre da adulti ad una particolare sensibilità nei confronti delle sostanze, oltre che a vissuti depressivi e resistenza ai farmaci, anche in caso di danno organico esistente, perché ne riducono gli effetti. Al contrario cure parentali inadeguate potrebbero far insorgere tali alterazioni epigenetiche, o sommarsi ad un corredo genetico già carente.&nbsp;<br>Confermano inoltre anche quanto visto a proposito della doppia diagnosi e della correlazione tra abuso di sostanze e disturbi psichici.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>CASO CLINICO</strong><br>Marco ha deciso di smettere dopo una violentissima scenata notturna: sua madre e suo padre lo stavano aspettando svegli, ma non avevano fatto finta di non sentirlo come molte altre volte. Lui credeva che si fossero ormai rassegnati ai suoi ritorni all’alba, ma quella volta si erano alzati e lo avevano affrontato con una determinazione diversa e lui, pieno di alcol e cocaina, quella volta, a differenza del passato, aveva accettato le loro richieste di smettere. Qualche giorno dopo si erano recati da uno psichiatra che gli aveva dato dei farmaci per tenerlo lontano dall’alcool, gli aveva rappresentato la necessità di una psicoterapia e gli aveva fatto il mio nome. Lo incontro una decina di giorni dopo e in questi giorni è stato in astinenza, ma è convinto che non ce la farà. Ha 25 anni e gestisce un negozio. E’ l’unica cosa che fa al di fuori del bere e drogarsi. Gli unici amici che frequenta sono quelli con cui si sballa, e non li vede mai al di fuori di questo contesto. Ha una ragazza, ma anche quando sta con lei è quasi sempre fatto.<br>I primi incontri sono caratterizzati dalla presenza o meglio dalla mancanza della droga. Il tono è molto depressivo, non si parla che di essa, di quanto era divertente usarla, di come faceva stare bene, di come ora niente abbia significato, di quanta invidia prova nei confronti di chi continua ad usarla, di come si senta solo, ora che gli amici che frequentava non li vede più. La sofferenza maggiore la prova nel fine settimana, quando anche la mancanza del lavoro contribuisce al senso di vuoto e disvalore. E’ convinto che non potrà mai esserci niente in futuro che lo farà stare così bene. Quando il rimpianto comincia a lasciare un po’ di spazio per altro, comincia a raccontare come trascorreva le sue giornate, come si procurava la roba.<br>Vive in un paese del circondario dove gestisce un negozio di varie e alimentari. Nel paese era facile procurarsi da bere, ma per la cocaina doveva spostarsi in un centro vicino più grande. Lì si procurava la scorta anche per il giorno dopo. Mi fa il resoconto dettagliato della ripartizione delle “botte”: la prima subito dopo il caffè, la seconda prima di uscire di casa, la terza prima dell’apertura del negozio e così via. La sera, dopo la chiusura, si spostava nel centro vicino e cominciava anche con l’alcool. Andava avanti bevendo e sniffando per tutta la notte, smetteva qualche ora prima dell’alba, per permettere alla coca di fargli abbassare un po’ il fuori giri. Solo allora rientrava a casa e, se riusciva, dormiva un po’. Era andata avanti così per molto, fino a quella mattina in cui i genitori, che evidentemente non ce la facevano più a aspettare svegli con il cuore in gola fino a sentire la chiave che girava nel portone, non lo avevano affrontato.<br>A proposito del lavoro, bisogna dire che sorprendentemente, anche per lui, non c’era stato un giorno di assenza e neppure un ritardo nell’apertura del negozio neanche nel periodo più buio, quando tornava tardissimo e andava a lavorare dopo aver dormito poche ore. Anche quando non era riuscito a chiudere occhio, la serranda veniva tirata su sempre puntualmente. Come se il lavoro rappresentasse l’unico elemento non compromesso dalle sostanze, dal quale potesse ricavare un ruolo “rispettabile”, un’identità. Qualcosa che desse un senso e un valore alla sua vita. Quel negozio era stato di uno zio della madre, da bambino ci aveva passato interi pomeriggi, era un rifugio e tante volte con lo zio si erano detti che avrebbe continuato lui l’attività. Forse uno dei pochi sogni infantili che sentiva di star realizzando.<br>Dopo qualche tempo inizia a raccontare come era cominciata la storia con l’alcol e la droga.&nbsp;<br>L’ingresso alla scuola superiore era stato molto difficile. Mancava spesso, non si sentiva integrato, non riusciva ad instaurare un rapporto né con i compagni né con i professori e alla fine venne bocciato. Anche da piccolo aveva sempre avuto problemi con gli amici: mai una comitiva né un amico del cuore. Verso la metà dell’anno successivo aveva cominciato a vedersi con qualcuno al bar dopo la scuola, ma se ne stava spesso in disparte senza parlare. Dopo qualche tempo insieme a questi amici aveva iniziato con l’alcol. Le cose erano cambiate subito. Dopo aver bevuto si sentiva sciolto e sicuro, parlava con tutti, era socievole, riusciva ad avvicinare le ragazze. Il bisogno di mantenersi il più possibile in questa condizione lo spingeva a ricercare l’alcol sempre più spesso e così l’abuso non rimase confinato soltanto al fine settimana, spesso c’erano “infrasettimanali”.<br>Già da questi primi racconti mi rendo conto di come per lui bere non abbia significato solo, come per molti suoi coetanei, un modo per vincere le timidezze tipiche dell’età o per sentirsi come gli altri. Per Marco già allora emergeva una sorta di funzione terapeutica dell’alcol, come se l’effetto andasse più in profondità a medicare delle ferite.<br>Con il passare del tempo le cose peggiorano: a scuola il rendimento scarseggia sempre più e perde un altro anno (arriverà alla fine a diplomarsi ma il suo interesse nei confronti della cultura e della società è davvero scarso), le amicizie diventano sempre più quelle che seleziona lo sballo. In famiglia, dove il cambiamento di abitudini, i ritorni a ora sempre più tarda, le continue richieste di soldi o le chiacchiere dei vicini che ogni tanto riferivano di averlo visto ubriaco in un posto o nell’altro, non erano certo passati inosservati, avevano tentato in tutti i modi: con le urla, le minacce, le ricerche di notte, i pianti anche le botte. Ma niente serviva a trattenerlo. Eppure lui era molto dispiaciuto del dolore che arrecava ai genitori, specialmente alla madre. A volte rimaneva per ore a piangere nel suo letto pieno di vergogna e disperazione. Ma poi ricominciava.&nbsp;<br>In questo modo andò avanti per tutti gli anni delle scuole superiori. L’avvicinamento all’erba e al fumo in quel periodo peggiorò le cose. A scuola non poteva bere, e suppliva il fumo. Ed era subentrato anche lo spaccio che gli consentiva di maneggiare dei soldi. La cocaina arrivò non molto dopo il diploma, aveva vent’anni e il cocktail di alcol e coca divenne esplosivo. Allora tutta la sua vita cominciò a girare esclusivamente attorno a loro. Si intensificò anche l’attività di spaccio. Gli sembrava di essere entrato in un vortice dal quale era impossibile uscire, anche i suoi genitori sembravano rassegnati. Neanche la possibilità di rilevare il negozio, che come abbiamo visto portava avanti con tenacia e dedizione, aveva rappresentato un freno. Niente sembrava poterlo fermare, fino a quella mattina in cui i genitori lo affrontarono nel modo visto prima. Forse sentì che non erano rassegnati, che nutrivano ancora delle speranze per lui, che magari da qualche parte un aiuto poteva trovarlo.<br>Man mano che la terapia procede il racconto comincia a diventare più interiorizzato e il vissuto dell’astinenza assume sempre più il carattere di un amore perduto. I momenti in cui sente più fortemente la mancanza e il desiderio di riprovare quelle sensazioni non differiscono per nulla nei suoi racconti da quelli che descrivono la perdita di un amore: la morsa allo stomaco, il desiderio struggente, il senso di dolore totale. La cosa sorprendente è lo struggimento che prova quando rivede i luoghi, le cose, le persone che gli ricordano il periodo prima dell’astinenza. Allora il desiderio insorge prepotente e deve fare un grandissimo sforzo per resistere. Questo conferma quanto avevano scoperto i ricercatori statunitensi che, in una sorta di pubblicità progresso di qualche anno fa, avevano pensato di rendere negativo il valore della droga con dei cartelloni pubblicitari, esposti in alcuni quartieri, che davano una connotazione negativa agli oggetti di uso normale dei tossicomani come siringhe, cucchiai etc. Dopo qualche tempo, alla verifica dei risultati, venne fuori che nei quartieri dove questa pubblicità era presente, i servizi per le tossicodipendenze avevano riscontrato un numero di ricadute molto maggiore di quanto non si era riscontrato nei quartieri in cui tale pubblicità non veniva fatta.<br>Per molto tempo gli aspetti personali, non legati cioè alle sostanze, rimangono fuori dalla terapia. Passano dei mesi, ora la possibilità di incontrare di nuovo le sostanze inizia quasi a spaventarlo. Nel frattempo ha cominciato a ricostituire un minimo di tessuto sociale: ha rincontrato qualche vecchio amico e ha ripreso a frequentarlo, ha lasciato la vecchia ragazza e comincia a nutrire qualche nuova simpatia. In terapia comincia ad emergere un vissuto di profonda disistima e insoddisfazione di sé.<br>Marco ha una sorella più piccola che studia. E’ lei la brava di casa, della quale è orgoglioso, che dà soddisfazioni ai genitori. Lui invece… La madre e il padre si erano sposati perché lei era rimasta incinta. Ha sempre sentito come una sua colpa che loro si fossero dovuti sposare e forse non l’avrebbero fatto. Quando era bambino la madre, probabilmente depressa, passava intere giornate a letto. La casa restava immersa nel silenzio e lui spesso la sentiva piangere. Ha trascorso interi pomeriggi da solo a casa, senza far rumore. La madre non lo incentivava ad uscire, sentendosi evidentemente ancora più sola e depressa senza di lui. Fu in quel periodo che cominciò a rifugiarsi ogni tanto nel negozio dello zio. In famiglia hanno sempre avuto problemi economici, il padre lavorava saltuariamente ma anche quando non lavorava, non restava a casa. Con un livello di comprensione quasi sorprendente afferma di aver sempre pensato, e sentito, che i suoi genitori erano troppo concentrati su loro stessi per potersi prendere cura di lui.<br>Da un anno e mezzo non ha avuto ricadute. La psicoterapia procede ma ancora ci troviamo in superficie: a volte ci si avvicina a nuclei dolorosi mai toccati, ma è ancora presto e lui reagisce con episodi depressivi a questi avvicinamenti. Spesso si sente quasi disperato al pensiero e al ricordo di quanta sofferenza la sua dipendenza abbia arrecato a sé e a tutti, ora la psicoterapia è entrata in forma stabile nella sua vita, e lui riesce ad alleviare le sue angosce con il lavoro su di sé anziché con l’ingurgitare cose. Pensa e sente invece di fare. La strada è ancora lunga ma sta provando a reintrodurre nella sua vita un senso che non sia, come ha detto lui “la polvere pura come la neve per strada”.<br>Terminiamo con una poesia anonima trovata in rete e scritta proprio da un tossicodipendente:</p>



<p class="wp-block-paragraph">Maledetta portatrice di nulla.<br>Ora rivoglio il mio dolore.<br>L’aspetterò tutta la notte<br>Per montarlo fino alla rabbia.<br>Maledetti ladri del mio tempo&nbsp;&nbsp;<br>che avete avuto quello che volevate,&nbsp;&nbsp;<br>ma che non sapete nulla di ciò che avete rubato.</p>
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